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Home Società

Covid-19 all’estero / 6: Irlanda, intervista alla manager Clementina Angelino

Pier Paolo De Brasi di Pier Paolo De Brasi
30 Marzo 2020
in Società
Irlanda

Clementina Angelino è in Irlanda da 10 anni e mezzo, ha 36 anni ed è product marketing manager in una delle tanti multinazionali che hanno sede nella terra dei Celti. Da Sant’Antimo si è trasferita a Dublino, è fidanzata e si è laureata all’Università degli studi l’Orientale di Napoli. Anche lei ha accettato di rispondere a Il Crivello su come stanno vivendo l’emergenza Covid-19 gli italiani all’estero.

Com’è in questo momento la situazione in Irlanda?

“Da ieri l’Irlanda è in lockdown, che è simile alla quarantena in Italia. C’è arrivata molto tardi rispetto agli altri Paesi. Gli interessi economici delle molte multinazionali presenti forse hanno inciso su questa decisione. I primi casi di Coronavirus qui ci sono stati ad inizio marzo. Diciamo che, soprattutto nel primo periodo, gli italiani sono stati visti come degli untori, ma bisogna ricordare che, fino ad ieri, qui non ci sono state restrizioni, quindi adesso gli irlandesi si stanno rendendo conto che ci sono molti focolai interni. Anche se qui i media danno informazioni molto generiche. È vero che ci sono molte campagne sulla distanza sociale di almeno 2 metri e sul lavarsi le mani, ma non viene raccomandato l’uso di mascherine. Inoltre, quando individuano un contagio, non dicono la città o l’età e il sesso del paziente. Parlano della zona: nord, sud, est, ovest del Paese. È un’informazione molto ridotta, rispetto all’Italia. Attualmente in Irlanda si contano 2.415 casi positivi e 36 morti”.

Ci sono stati degli episodi che rischiano di far aumentare il numero dei casi?

“Almeno quattro. Molti irlandesi vanno in vacanza in Italia per sciare. Soprattutto le scolaresche fanno le gite sulle montagne italiane. Quando è iniziato focolaio in Lombardia, gli irlandesi non hanno fatto marcia indietro. Le gite scolastiche sono continuate e alcune di queste persone hanno preso il virus. Infatti, i primi casi si sono avuti fra gli studenti. Secondo episodio. Ad inizio marzo la partita del torneo ‘Sei nazioni’ di rugby fra Irlanda e Italia è stata cancellata. Gli italiani che avevano acquistato il biglietto non sono stati rimborsati, né dalle compagnie aree, né dagli alberghi, quindi hanno deciso di partire lo stesso. Sono stati fatti entrare in Irlanda 4/500 persone senza alcun controllo agli aeroporti. Subito dopo c’è stata la settimana che portava al 17 marzo, cioè San Patrizio, festa nazionale irlandese. Anche in questo caso la parata è stata annullata, ma lo stesso sono state fatte entrate dall’estero moltissime persone: spagnoli, francesi, soprattutto americani di origine irlandese. Anche in questo caso alberghi e compagnie aeree avevano rifiutato i rimborsi. Risultato? Il quartiere di Dublino famoso per i pub, il Temple bar, sabato 14 marzo era strapieno di turisti. Ultimo caso, anche gli irlandesi quando vedono un po’ di sole fuggono sulle spiagge. Nonostante le raccomandazioni del Governo, molto blande a dire il vero, domenica scorsa tutti sono andati in gita al mare, tanto da creare un traffico mai visto da queste parti. Finalmente, lunedì scorso il primo ministro ha annunciato misure restrittive, ma ancora troppo poco. Così si è arrivati a ieri, con la chiusura dei locali non essenziali”.

Ha accennato al fatto che gli italiani sono stati visti come degli untori. Ci può fare qualche esempio?

“In Irlanda ci sono circa 50mila italiani. Devo dire che io, e credo gli altri italiani, ci siamo adeguati alle direttive del nostro Governo sin dall’inizio. Io sto a casa dall’inizio marzo e molti altri italiani hanno fatto lo stesso, lavorando come me da casa. Quasi nessuno mette le mascherine in strada, anche perché mancano. Soprattutto all’inizio l’italiano è stato visto come l’untore. Alcuni sono stati cacciati da casa o non gli è stato dato il passaggio dai tassisti. Ad altri è capitato che, dopo averli fatti salire in macchina, il tassista appena ha sentito la lingua italiana ha aperto il finestrino, anche se fuori c’erano zero gradi. Io stessa ho subito un piccolo gesto di discriminazione. Volevo regalare un tavolino da caffé, ma appena hanno capito che ero italiana non sono venuti a prenderlo. Queste sono le reazioni delle persone, diciamo così, meno educate, ma adesso casi del genere stanno diminuendo”.

Lei ha promosso una raccolta firme sui change.org rivolta al primo ministro irlandese Leo Varadkar. Perché?

“La petizione on line è stata avviata ad inizio marzo e chiusa ieri. Era finalizzata a chiedere una quarantena forzata come in Italia. È stata firmata da 19.526 persone, non solo italiani, ma anche da molti irlandesi e cinesi. La petizione era anche motivata da un altro dato preoccupante. In tutta l’Irlanda sono solo 237 le unità di terapia intensiva. Il sistema sanitario è un misto pubblico-privato. È stato calcolato da esperti che, in caso di contagio del 20% della popolazione irlandese, ci sarebbero almeno 20.000 persone destinate in terapia intensiva. Un dato allarmante. Il Governo ha reso pubbliche tutte le strutture sanitarie private. I posti sono saliti a circa 500, ancora molto pochi. Inoltre, mancano i macchinari per respirare. In tutta l’Irlanda ne sono solo 4. Infine, hanno forte mancanza di protezioni per medici e infermieri. Infatti, il 23% dei casi positivi in Irlanda appartiene al personale sanitario. È arrivato un primo carico dalla Cina di protezioni per il personale sanitario e ventilatori, ma è ancora troppo poco”.

Ma la popolazione irlandese ha coscienza del pericolo o vive normalmente la sua vita?

“C’è una parte della popolazione irlandese che si è resa conta del pericolo, ma ancora una grandissima parte non crede che ci fosse il bisogno di chiudere tutto. Ad esempio i giovani stanno prendendo un po’ sottogamba la situazione. Da ieri, comunque, c’è più polizia nelle strade, anche se non sono previste sanzioni. Il Governo fa affidamento, soprattutto, sulla responsabilità civile degli irlandesi, anche se ci sono episodi di persone che prendono in giro gli stessi poliziotti. Molti giovani non credono nella drammaticità della cose. Inseriscono video su Tik Tok in cui fanno la tosse in strada quando vedono una persona con la mascherina. In Irlanda, dopo la crisi economica, c’è anche un problema sociale che può sfociare in delinquenza. Il welfare qui funziona bene, con un indennizzo simile alla cassa integrazione italiana di 1.400 euro al mese. Ma ci sono persone a rischio, tipo i tossici, gli alcolizzati o anche chi ha perso il lavoro, che, ad esempio, vanno nei centri commerciali pretendendo di non pagare la spesa. Infine, ci sono i cantieri che rimangono aperti. Sono i cantieri delle grandi multinazionali che costruiscono i loro uffici. Il Governo ha dato 48 ore di tempo alle ditte per applicare la misura della distanza sociale, ma credo che sia impossibile”.    

Di seguito il link dell’intervento di Clementina Angelino a Radio Dublino, la radio degli italiani in Irlanda. Il suo intervento è nella seconda parte della trasmissione, dopo quello dell’ambasciatore italiano.

https://www.radiodublino.com/2020/03/28/puntata-287/?fbclid=IwAR1vlfCjTYv5Z0sQhNH2NdgTzHyrJsFUz-uOQey1OdHgGu4fENtXeDr7O_w%C2%A0

 

 

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Tags: IrlandaSan Patrizio
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