A molti, il nome Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi de Curtis di Bisanzio non dirà nulla. Abbreviandolo, invece, in Antonio de Curtis, risulterà decisamente più familiare. Ma quando si pronuncia il nome Totò, non c’è spazio per i dubbi, per i vuoti di memoria: bastano solo queste quattro lettere per ridare vita a quell’icona assoluta della comicità italiana che è stato il Principe della risata. Esattamente cinquantatré anni fa, il 15 aprile 1967, se ne andava Antonio de Curtis, stroncato da un infarto. Si trovava a Roma, ma la leggenda vuole che, appena percepiti i primi sintomi del malore, abbia espresso il desiderio di essere riportato nella sua Napoli. La portava nel cuore, gli scorreva nelle vene la sua città, come recita in una poesia, una città nella quale “chi ci è nato, ci vuole morire“. E nonostante nel suo caso non poté essere così, il legame di Totò con la città e i napoletani rimane indissolubile, un legame che neanche il dio Tempo potrà far svanire.
Il 15 febbraio 1898, nel rione Sanità, nasce Antonio Clemente, figlio di una relazione clandestina tra Anna Clemente e Giuseppe de Curtis, che lo riconobbe soltanto anni più tardi. Scartata senza troppe remore la carriera militare, all’inizio degli anni Venti il giovane si trasferì a Roma con la famiglia (il padre Giuseppe, nel frattempo, lo aveva riconosciuto come figlio) e cominciò a intrufolarsi nel mondo del teatro, del varietà e della commedia dell’arte, modalità di rappresentazione teatrale caratterizzata dalla mancanza di un copione vero e proprio, con gli attori a improvvisare le battute seguendo soltanto un canovaccio. Da questo momento, Totò, animato da un’indole artistica e da una naturale propensione alla performance, non si staccò più dalla recitazione e dalla messa in scena, sia a teatro che al cinema o in televisione.
Accostato per la mimica, le capacità sceniche e la fisicità delle sue modalità recitative alle figure mitiche di Charlie Chaplin e Buster Keaton, Totò ha caratterizzato con la sua presenza unica tanti film indimenticabili che abbinano comicità, satira e tragedia. Sfruttando, in particolar modo, il suo riconoscibilissimo viso, con la mascella e il mento un po’ sbilenchi, estremamente efficaci nel far trasparire emozioni con una facilità accattivante. A teatro si distingue in pietre miliari come Miseria e nobiltà di Eduardo Scarpetta, L’ultimo Tarzan (scritto dallo stesso Totò) e C’era una volta il mondo. Dal 1937 alla morte, tuttavia, si dedica quasi esclusivamente al cinema, portando sul grande schermo quasi un centinaio di film, che semplicemente elencati uno dopo l’altro non gli renderebbero affatto giustizia, ma che invece – pur non essendo spesso all’altezza del suo smisurato talento – in molti casi restano ancora oggi tra quelli di maggior successo commerciale nella storia del cinema italiano, sedimentati al tempo stesso nella memoria degli appassionati e, dopo una tardiva rivalutazione critica, per fortuna anche in quella degli studiosi e degli addetti ai lavori.
Sono tanti i suoi personaggi cinematografici indimenticabili. Dal Pasquale Miele di Napoli milionaria (1950) di Eduardo De Filippo allo scultore d’avanguardia di Totò cerca moglie (1950), dal Felice Sciosciammocca di Un turco napoletano (1953) al personaggio di ‘uomo’ contrapposto a quello di ‘caporale’ in Siamo uomini o caporali del 1955, Totò è ancora oggi costantemente sugli schermi televisivi e nel cuore di tutti gli italiani. Tra i suoi film comici di maggiore qualità vanno certamente ricordati Guardie e ladri (1951) di due maestri della commedia all’italiana come Steno e Mario Monicelli, La banda degli onesti (1956) di Camillo Mastrocinque (uno tra i suoi registi di fiducia, assieme a Mario Mattoli), I soliti ignoti (1958) ancora di Monicelli e gli straordinari duetti comici con Peppino De Filippo in titoli celeberrimi come Totò, Peppino e la… Malafemmina (con la famosissima scena della lettera dettata) e Totò, Peppino e i fuorilegge (entrambi diretti da Mastrocinque, sempre nel 1956). Un discorso a parte meriterebbe, poi, la collaborazione con Pier Paolo Pasolini, avviata negli anni conclusivi della sua vita e sfociata in esiti artisticamente notevoli come Uccellacci e uccellini (1966) e gli episodi La terra vista dalla luna (1967) e Che cosa sono le nuvole? (1968). Le qualità di questo artista sono note a tutti, i suoi film vengono mandati in onda ancora oggi con grande regolarità e non c’è ragione per credere che non sarà così per tanto altro tempo ancora. Intanto, per chi preferisse un’arte più moderna (da visitare quando si potrà uscire, ovviamente), un vicolo dei Quartieri spagnoli, via Portacarrese a Montecalvario, è diventato un museo a cielo aperto con tanti murales del Principe della risata (due sono riprodotti nelle foto qui in alto).
I fan più affezionati si sono sicuramente chiesti cosa avrebbe detto Totò di questo periodo di incertezza, di emergenza sanitaria e sociale, che ha coinvolto anche la sua Napoli. Le risate che ci ha regalato, la società che ci ha raccontato, i personaggi che ha interpretato sono senza dubbio un ottimo deterrente, in grado di alleviare le sofferenze della quarantena. Una compagnia comica ma colta, capace di illuminare i salotti italiani con i suoi “Ma mi faccia il piacere!”, senza bisogno di alcuna volgarità, perché Signori si nasce, e lui lo nacque, modestamente.