Due attentati a distanza di pochi mesi contro la stessa abitazione in via Fabozzi, a Casapesenna, ai danni di un cittadino marocchino. Prima le fucilate contro il portone nella notte del 20 ottobre 2025, poi la bomba artigianale fatta esplodere il 19 febbraio 2026. Secondo la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, dietro questa violenta rappresaglia — nata da un banale litigio tra la vittima e un esponente della consorteria — si cela la dimostrazione di forza con cui la fazione Zagaria del clan dei Casalesi ribadiva il proprio totale controllo del territorio.
Nel dettaglio, gli episodi esaminati dagli investigatori: come sopra anticipato, l’esplosione verificatasi il 19 febbraio in via Fabozzi, a Casapesenna, preceduta nei mesi precedenti da colpi d’arma da fuoco esplosi lungo la stessa strada, sono ritenuti un possibile messaggio intimidatorio collegato a un’abitazione acquistata all’asta da un cittadino di origine marocchina e in passato appartenuta a una persona vicina agli ambienti criminali. Altro episodio è quello del 27 febbraio ai danni della pizzeria Nando’s, in via don Salvatore Vitale, a San Cipriano d’Aversa, un attentato sul quale restano ancora aperti diversi interrogativi e che la Dda inserisce nel quadro investigativo della presunta attività del gruppo
Gli episodi elencati, di pubblica intimidazione, sono solo la punta dell’iceberg di una complessa indagine che ha portato i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta a eseguire otto provvedimenti di fermo, nell’ambito di un’inchiesta che conta complessivamente 11 indagati (otto ristretti e tre a piede libero). Il gruppo criminale non rappresentava la cupola storica del clan, bensì il braccio operativo di raccordo incaricato di gestire gli affari illeciti e la manovalanza. Sotto la lente dei sostituti procuratori Vincenzo Ranieri, Vincenzo Toscano e Alfredo Gagliardi, coordinati dal procuratore aggiunto Michele Del Prete, sono finite le mani della cosca su settori economici strategici come i servizi di onoranze funebri e una casa da gioco clandestina. Proprio la bisca, stando all’impianto accusatorio, garantiva i flussi di denaro necessari ad alimentare la cassa comune del “welfare criminale”, utilizzata per il sostentamento dei detenuti, delle loro famiglie e degli affiliati tornati in libertà.
Le accuse contestate a vario titolo spaziano dall’associazione di tipo mafioso all’estorsione, passando per la detenzione illegale di armi, la concorrenza illecita, la violenza privata e gli atti intimidatori aggravati dal metodo mafioso. La parola passa ora al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli per la convalida dei fermi. Essendo la procedura ancora nella fase delle indagini preliminari, tutti i coinvolti sono da ritenersi presunti innocenti fino a una eventuale condanna definitiva.
Il presunto referente operativo del sodalizio è stato identificato nel 29enne Costantino Garofalo, residente a Casapesenna. Insieme a lui, destinatari del provvedimento di fermo sono i fratelli Raffaele Nobis (60 anni) e Aldo Nobis (56 anni), oltre a Paolo Francesco Serao, Vincenzo Fontana, Gianluca Piccolo, Valerio Mormile e Franco Moccia, tutti del posto. Risultano invece indagati a piede libero in questa tranche investigativa Ernesto Corvino, Giuseppe Alfonso Piccolo e Antonio Garofalo. Le contestazioni formulate dalla Direzione Distrettuale Antimafia dovranno essere sottoposte al vaglio dell’autorità giudiziaria e, come previsto dalla legge, tutti gli indagati devono essere considerati presunti innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.