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Home Cultura Tecnologia

“Immuni”, viaggio nel mondo dell’app anti-Covid-19

Giuseppe Cerreto di Giuseppe Cerreto
4 Maggio 2020
in Cultura, Tecnologia
Immuni

“Immuni”, l’app per smartphone che dovrebbe tracciare i contatti dei casi di positività al Covid-19, continua a far parlare di sé e a dividere l’opinione pubblica. Il commissario speciale per l’emergenza sanitaria Domenico Arcuri ha ribadito nei giorni scorsi la necessità di adottare l’app di contact tracing al fine di integrare la fase 2 del piano emergenziale, che sarà caratterizzata da una minore rigidità delle normative da seguire, ma che prevederà l’adozione necessaria dei dispositivi di protezione individuale e delle misure di distanziamento sociale. A fare da eco alle richieste di Arcuri sono state, più recentemente, le affermazioni di Vittorio Colao, ex amministratore delegato di Vodafone, incaricato dal Governo di guidare la task force tecnico-scientifica per organizzare la ripartenza. Colao ha indicato l’individuazione di un programma specifico gestito da una cabina di regia unica per la gestione digitale dei dati epidemiologici.

Posizioni, queste, condivise anche dal Garante della privacy Antonello Soro, che al fine di assicurare la sicurezza dei dati sensibili, così come ribadito dal Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, ha chiesto che i dati acquisiti siano di proprietà pubblica e che non vengano ceduti a terzi. La normativa per la gestione e la sicurezza della privacy nei Paesi dell’Unione Europea è molto chiara. L’agenzia europea che si occupa della protezione dei dati ha fornito linee guida molto precise che le autorità pubbliche sono tenute a osservare, garantendo l‘anonimato e la volontarietà per tutti coloro che decidono di partecipare ai programmi virtuali di controllo. Tali linee guida comportano inoltre dei vincoli da rispettare: tra questi spicca l’adozione di un registro virtuale sullo stato di salute dell’utente, un sorta di cartella clinica virtuale corredata dall’eventuale sintomatologia di Covid-19. Una strategia condivisa anche dall’Oms, che ha chiesto agli Stati membri di fornire un accurato tracciamento dei contagi per tenere sotto controllo la diffusione dell’epidemia.

I primi a fronteggiare i contagi con strumenti virtuali sono stati i Paesi asiatici, che hanno previsto exit strategy differenti. In Cina è stato adottato il servizio Alipay health code che associa codici Qr di colore diverso in base allo stato di salute e al rischio sanitario del soggetto. Si tratta di un sistema centralizzato i cui i dati vengono gestiti dallo Stato che è in contatto con le autorità sanitarie. Ogni luogo pubblico dispone inoltre di scanner del codice che autorizzano o meno l’accesso dei cittadini a seconda del livello di rischio. Senza app quindi non ci si può muovere. Analogo a quello cinese è il sistema adottato dalla Corea del Sud. Qui sono state rilasciate diverse applicazioni che, su autorizzazione del Governo, hanno potuto attingere ai database pubblici per tenere traccia degli spostamenti delle persone, mappando i luoghi a rischio. Le app, oltre alla geolocalizzazione tramite Gps, permettono agli utenti di contattare gli operatori sanitari. Ai pazienti positivi al Covid-19 sono stati infine applicati dei braccialetti elettronici per impedire la violazione della quarantena. I due Paesi asiatici sono così riusciti a tenere sotto controllo la diffusione dell’epidemia ricorrendo però a grosse rinunce sulla privacy. Caso a parte è quello di Singapore dove i servizi di contact tracing non hanno funzionato perché l’utilizzo a base volontaria dell’app ha fatto sì che venisse scaricata solo da una percentuale esigua della popolazione, risultando inefficace.

Stando all’ordinamento giuridico italiano, qualsiasi sistema di tracciamento deve rispondere adeguatamente alle libertà individuali costituzionalmente sancite. Se gli articoli 3 e 13 della Costituzione sanciscono la libertà personale dell’individuo, l’articolo 16 consente limitazioni della libertà personale per motivazioni di sicurezza e di sanità pubblica. L’adozione dell’app “Immuni” necessiterebbe quindi di passaggi legislativi ad hoc prima di essere convalidata. Un eccessivo rilassamento delle misure di contenimento potrebbe inoltre portare ad una potenziale pandemia di ritorno, il che comporterebbe esiti più pericolosi e infausti della prima ondata di Covid-19. Si tratta di un campo minato su cui il Governo sta procedendo con cautela per evitare strappi politici nella maggioranza. Non mancano in questo frangente dubbi e incertezze sugli strumenti che saranno adottati per accompagnare la fase 2. Problemi di natura tecnica riguarderebbero la decentralizzazione dei sistemi dati al fine di rendere l’app compatibile con i sistemi operativi di Apple iOS e Google Android. Da non sottovalutare infine i grossi ostacoli generati nel nostro Paese dal digital divide in quanto non solo una parte della popolazione, soprattutto quella più anziana e a rischio, ma anche quella più povera, non disporrebbe di tecnologie adeguate, ma bisogna anche tenere presente che più di 10 milioni di utenti nel Paese, soprattutto al sud e nelle isole, disporrebbero di un segnale di rete scarso o insufficiente. Pertanto sarà necessario accompagnare la fase 2 sia con il supporto della tecnologia sia con le misure di isolamento e di distanziamento sociale già adottate.

La realizzazione dell’app “Immuni” sarà a cura della start up milanese Bending Spoons, che con 45,5 milioni di euro di fatturato nel 2018 si è piazzata tra le aziende leader nello sviluppo di app in Europa. Incaricata dalla presidenza del Consiglio dei Ministri, che resterà licenziataria dell’uso del prodotto, la società milanese agirà gratuitamente attraverso la stipulazione di un contratto a concessione gratuita: l’azienda si farà carico dei costi di gestione finanziando autonomamente il progetto. Secondo le prime indiscrezioni l’app italiana, diversamente da quelle sviluppate nei Paesi asiatici, non consentirà la geolocalizzazione, ma sfrutterà la connettività Bluetooth per consentire la comunicazione tra singoli dispositivi, garantendo la privacy degli utenti. L’utilizzo sarà su base volontaria per non infrangere quanto previsto dalla Costituzione, ma per risultare efficace dovrà essere utilizzata almeno dal 60% della popolazione, obiettivo non facile da raggiungere. Infine, stando a quanto indicato, l’app sarà open source al fine di poter scoprire eventuali vulnerabilità e poterne migliorare le funzioni.

Per capirci qualcosa di più e sfatare dubbi e perplessità che vedrebbero nell’uso quotidiano dell’app “Immuni” rischi legati alla sicurezza dei dati informatici o addirittura, come hanno ipotizzato alcuni commentatori, il preludio di una società cyber-distopica a metà strada tra Matrix e il racconto orwelliano di 1984, abbiamo deciso di chiedere il parere ad alcuni tra i massimi esperti campani nell’ambito delle nuove tecnologie.

Guglielmo Tamburrini insegna Filosofia della scienza e della tecnologia presso il dipartimento di Ingegneria e tecnologie dell’informazione dell’Università Federico II di Napoli e ha all’attivo diverse pubblicazioni sui dilemmi imposti dalle nuove tecnologie sull’etica e sulla morale. “La tecnologia – spiega – fa parte ormai del nostro vivere quotidiano e si intreccia indissolubilmente con questioni di natura etica. I fattori che entrano in gioco nello sviluppo delle nuove tecnologie, come per l’app ‘Immuni’, sono tanti e non vanno sottovalutati”. Secondo il professore dell’Università federiciana è fondamentale avere un approccio che tenga in considerazione fattori quali la protezione dei dati delle persone nel rispetto dei loro diritti, un rapporto di trasparenza e di fiducia con le istituzioni e sistemi di prevenzione degli errori tramite il controllo umano.

“Per la protezione dei dati, oltre a recepire le osservazioni del Garante della privacy, bisogna tenere presenti le linee guida del Comitato europeo per la protezione dei dati. L’app ‘Immuni’ dovrà essere finalizzata allo scopo di salvaguardare la salute sia individuale sia collettiva, nel tempo limitato della gestione dell’emergenza. Per questo è necessario che l’autorità pubblica sviluppi tutta una serie di garanzie che tutelino e proteggano – ribadisce Tamburrini – i dati sensibili da possibili furti o attacchi. Il mondo digitale dovrebbe essere ripensato come uno spazio comune, alla pari di un bene pubblico, e le istituzioni devono riappropriarsene per colmare il digital divide con i cittadini. È necessario che vi sia a tutti i livelli istituzionali una comunicazione chiara ed efficace, caratterizzata da una totale trasparenza, così da poter instaurare un rapporto di fiducia reciproca tra istituzioni e cittadini”. Il professore mette però in guardia dai possibili rischi legati all’emergenza: “Possono emergere criticità in quanto nessuna tecnologia è infallibile. I rischi possono essere certamente ridotti, ma ci si può sempre imbattere nell’errore di calcolo che può generare diverse complicazioni. Ogni sistema di intelligenza artificiale necessita di un controllo umano. La stessa app ‘Immuni’ potrebbe tracciare falsi positivi o negativi, per questo i risultati andrebbero visionati, interpretati e contestualizzati. Si tratta di un’operazione molto delicata che può avvenire solo tramite l’intervento dell’uomo in quanto dotato, al contrario degli attuali sistemi di intelligenza artificiale, di una maggiore sensibilità al contesto delle decisioni e delle classificazioni”. Secondo Tamburrini, infatti, tutti i processi decisionali devono essere comprensibili e spiegabili poiché in ogni situazione moralmente sensibile la decisione finale spetta all’essere umano.

Il problema del controllo umano sulle macchine è anche affrontato in Etica delle macchine. Dilemmi morali per robotica e intelligenza artificiale, ultimo lavoro editoriale del professore. Il testo affronta le problematiche relative ai sistemi autonomi capaci di influenzare direttamente la vita delle persone, con risvolti positivi o negativi a seconda dei casi. Ed è nella fattispecie che diventa necessaria l’adozione di politiche etiche mirate a mitigare i potenziali risvolti negativi che può avere una vita invasa dalle nuove tecnologie e dai sistemi di intelligenza artificiale. “L’adozione di regolamentazioni specifiche – conclude Tamburrini – tenderebbero ad attenuare le tensioni tra le applicazioni concrete della tecnologia nella vita quotidiana e i principi di condotta morale, con l’obiettivo di armonizzare lo sviluppo tecnologico alle esigenze umane, per far sì che a trarre giovamento sia l’organizzazione sociale”. Secondo lui, gli eventuali dati raccolti dall’app “Immuni” potrebbero risultare fondamentali nello studio sulla diffusione e sul comportamento del virus.

Massimiliano Rak è invece docente di Sicurezza dei sistemi in rete e cyber security presso la facoltà di Ingegneria informatica dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli e si sofferma sui temi della sicurezza informatica, dei rischi legati all’acquisizione impropria dei dati e dell’importanza di affrontare tali problematiche in modo consapevole: “L’introduzione dell’app ‘Immuni’ – sottolinea – ha messo in luce tematiche e problemi legati alla tecnologia che esistevano già da tempo, ma che andrebbero sempre affrontati con consapevolezza. Si tratta di uno strumento che ci impone un ragionamento serio sulla sicurezza dei dati informatici e sulla loro potenziale vulnerabilità. L’attenzione è necessaria ma non sempre basta. Esistono indicazioni chiare che vanno rispettate”. Il professore, che insegna presso la facoltà di ingegneria di Aversa, fa infatti riferimento al General Data Protection Regulation, l’insieme di regole adottate nel 2016 dall’Unione Europea ed entrate in vigore nel 2018 con l’obiettivo di tutelare e rafforzare la protezione dei dati dei cittadini comunitari. Il regolamento disciplina in maniera omogenea il trattamento dei dati personali delle persone fisiche garantendone la gestione e il controllo. La privacy viene in questo modo tutelata sia in fase di elaborazione sia di default. “L’Ue si è dimostrata all’avanguardia in questo campo – conferma Rak – inserendo i dati personali dei cittadini in uno spazio protetto in cui vengono assicurati i loro diritti”.

“Quando si offre un servizio e si sviluppa un’app come ‘Immuni’ è fondamentale che si rispettino determinati criteri – prosegue – ma il cuore dei problemi risiede nell’utilizzo corretto degli strumenti tecnologici. Mi spiego, certe app possono essere soggette a problemi di vulnerabilità, specie se scaricate da store non autorizzati o non protetti adeguatamente. Per questo bisogna stare sempre attenti ai dati e alle autorizzazioni che vengono cedute”. Secondo Rak i rischi sono dietro l’angolo: “Gli smartphone, ormai entrati nella vita di ognuno di noi, sono diventati veicolo di un’enorme quantità di informazioni. I dati in essi contenuti vanno protetti poiché il rischio di un’appropriazione indebita è più che mai plausibile. Se il dispositivo è compromesso dalla presenza di software malevoli siamo in una situazione di grave rischio perché qualcuno potrebbe accedere ai nostri dati sensibili, come ad esempio il conto bancario”. A tale proposito, il professore ricorda la differenza tra dati personali e dati sensibili: i primi fanno riferimento alla persona (nome, cognome, età, indirizzo, eccetera), i secondi fanno riferimento a informazioni riservate considerate “a rischio” in termini di sicurezza personale, come i dati medici o le coordinate finanziarie.

Discutendo in merito all’app “Immuni”, altro tema affrontato è quello del cyber crime, ossia le azioni criminali che si consumano attraverso i sistemi informatici, per difendersi dalle quali è necessario adottare sistemi di sicurezza adeguati. Sull’argomento, Rak precisa: “L’informatica è pervasiva, di conseguenza tutte le violazioni della sicurezza informatica sono altrettanto pervasive e pericolose. Un sistema mal configurato è sicuramente più vulnerabile oltre che instabile e può essere facilmente attaccato dagli hacker informatici”. Il docente dell’Ateneo vanvitelliano ricorda, infine, che dietro il display di un pc o di uno smartphone si nasconde molto di più di ciò che vediamo e che trattare l’informatica con superficialità è un grave errore: “Siamo troppo spesso abituati a discutere di tecnologie con semplicità e leggerezza. Bisogna invece fare molta attenzione sull’argomento. Per realizzare sistemi informatici sicuri ed efficienti ci vuole grande professionalità e competenza, che possono essere acquisite solo dopo anni di studio e di duro lavoro. L’invito che faccio a tutti – conclude – è quello di rivolgersi sempre a sviluppatori professionali per ridurre al minimo ogni rischio informatico”.

 

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Tags: informatica
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