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Home Inchieste

Autopsie sui pazienti Covid, gli studi dei patologi per scoprire i segreti del virus

L'esame autoptico su chi è deceduto per il Coronavirus permette di risalire alle conseguenze che hanno provocato la morte e magari evitarla con cure preventive

Pier Paolo De Brasi di Pier Paolo De Brasi
2 Agosto 2020
in Inchieste
autopsie

Da quando sono state autorizzate dai Governi e dalla Chiesa, in pratica dalla fine del Quindicesimo secolo, le autopsie hanno sempre rappresentato il punto di partenza per capire le nuove malattie. Con il titolo tanto sintetico quanto efficace “La morte può aiutarci a vivere”, il Washington Post ha reso l’idea di come sia fondamentale che la ricerca scientifica approfondisca lo studio delle nuove patologie, partendo dalla dissezione anatomica di chi non c’è più. Questo concetto vale ancor di più in questo momento storico in cui la pandemia da Covid-19 ha colpito l’intero pianeta. Ci sono studi che stanno approfondendo le cause dei decessi dovuti al Coronavirus partendo proprio dalle autopsie eseguite su chi ha perso la vita dopo essere stato contagiato. È lo stesso quotidiano americano a darne notizia, soffermandosi sulle ricerche effettuate da alcuni patologi che hanno dato esiti a dir poco inaspettati.

Il primo studio è di Amy Rapkiewicz, patologa della New York University Langone Healt. Grazie alle autopsie su pazienti morti a causa del Covid, Rapkiewicz è giunta alla conclusione che il virus non colpisce solo i polmoni: danni considerevoli sono stati riscontrati anche su reni, cervello, intestino, milza e nelle cellule che rivestono i vasi sanguigni. Ma ciò che ha sorpreso di più la dottoressa della Nyu è che il virus avrebbe provocato un vasto danneggiamento del sistema coagulante. Studiando i cuori di sette pazienti, la cosa che ha attratto la sua attenzione è stato l’alto numero di megacariociti, cellule che producono le piastrine le quali, a loro volta, permettono e controllano la coagulazione, cioè il passaggio dallo stato liquido a quello solido del sangue. L’anomalia è che le megacariociti sono localizzate essenzialmente nel midollo osseo. “Ciò che abbiamo riscontrato con le autopsie dei primi pazienti morti molto velocemente per Covid-19 – ha dichiarato Rapkiewicz in un’intervista rilasciata alla rete televisiva Fox – è che non solo c’erano delle coagulazioni nelle vene più grandi, ma sono state riscontrate anche nelle vene più piccole e microscopiche. A livello fisiologico devono accadere dei processi per fare in modo che ci siano dei coaguli sia nelle vene grandi sia in quelle più piccole. Sembra che il sistema di coagulazione non funzioni bene in alcuni pazienti affetti da Covid con infezioni molto serie. Normalmente – ha proseguito Rapkiewicz – le megacariociti non circolano nel sangue e non dovrebbero trovarsi nel cuore, ma ne abbiamo trovato un numero considerevole. Sono cellule che producono le piastrine e le piastrine sono responsabili della coagulazione del sangue. Non è una cosa normale che le megacariociti si trovino nei piccoli vasi sanguigni o in altri posti dove non dovrebbero stare. Ma questo abbiamo riscontrato nei pazienti morti da Covid su cui è stato effettuato l’esame autoptico”.  

Il professor Richard Vander Heide, della Louisiana State University di New Orleans, ha invece scoperto un enorme quantità di microcoaguli nei polmoni di persone affette da Covid e decedute per arresto cardiaco. Le autopsie hanno rilevato che non c’era alcun danno principale al cuore, mentre i polmoni, al contrario, presentavano danni irreversibili dovuti proprio alla presenza di piccole ma frequenti coagulazioni del sangue. Secondo questi studi, quindi, grazie ai farmaci anticoagulanti si possono contenere le conseguenze prodotte dal Covid-19.

A riprova, inoltre, che il Covid-19 è responsabile di infezioni multiorgano c’è lo studio riportato sul Journal of Neurology, Neurosurgery & Psychiatry, per il quale sul 22% di 113 pazienti colpiti dal virus sono stati rilevati problemi neurologici, dalla sonnolenza fino al coma. Sempre il Washington Post riporta di ricercatori francesi che hanno riscontrato una percentuale elevatissima di pazienti, circa l’84%, usciti dalla terapia intensiva con problemi neurologici seri. Tale complicanza è stata riscontrata anche in Italia, grazie all’unità di neurologia dell’Università di Brescia. Secondo gli studi dell’Ateneo lombardo chi è stato colpito da Covid ha maggiori possibilità di avere un ictus celebrale rispetto a chi non è stato contagiato. Inoltre, delle 505 persone con problemi neurologici che, in due mesi, sono passate dal pronto soccorso del nosocomio Spedali Civili, il 30% è risultato positivo al tampone. A conferma, se mai ce n’è fosse bisogno, del carattere subdolo di questo virus c’è, infine, la ricerca di Isaac Solomon, neuropatologo del Brigham and Women’s Hospital di Boston. Solomon, studiando le aree celebrali di 18 persone decedute a causa del Coronavirus, ha rilevato non tanto l’infiammazione delle parti sezionate attraverso l’autopsia, ma soprattutto i traumi irreversibili provocati dalla mancanza di ossigeno. Per tale ragione, conclude lo studio, somministrare ossigeno ai pazienti Covid in maniera preventiva, eviterebbe gravi danni a livello cerebrale.

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