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Disagio psichiatrico e autismo ai tempi del Covid-19, parla un’educatrice sanitaria

La dottoressa Alessia Scarano, segretaria regionale dell'Anep, coordina un progetto di riabilitazione in una Sir: "Ho avuto problemi a far comprendere l'uso della mascherina, ma c'è chi mi ha seguita"

Pier Paolo De Brasi di Pier Paolo De Brasi
25 Ottobre 2020
in Società
disagio psichiatrico

Come vive l’emergenza Covid-19 chi è affetto da un disagio psichiatrico o ha problemi di autismo? A rispondere è la dottoressa Alessia Scarano, medico ed educatrice professionale sanitaria, una figura forse poco conosciuta, ma fondamentale per la comprensione dei bisogni degli individui con difficoltà relazionali e handicap psicofisici. Scarano coordina un progetto di riabilitazione psichiatrica in una Sir (Struttura intermedia residenziale) posta in un’importante clinica napoletana ed è segretaria della sezione campana dell’Anep, l’Associazione nazionale educatori professionali, e dell’associazione Oltre il muro, che si occupa di autismo.

Dottoressa Scarano, chi ha un disagio psichiatrico riesce a seguire le regole basilari di prevenzione al Covid-19, come l’uso della mascherine e il distanziamento?

“Mi sono occupata personalmente di questa tematica. Seguo 44 pazienti che vanno dai 18 ai 75 anni di età, con problematiche molto vaste e varie, che vanno dalle conseguenze dovute alla tossicodipendenza, alla sesso-dipendenza, dall’autolesionismo, ai disturbi del comportamento alimentare. Inoltre, queste persone hanno provenienze socio-culturali molto differenti. Per far capire loro l’importanza di rispettare queste regole li ho divisi in gruppi e ho portato dei grandi cartonati su cui c’erano dei disegni dai quali apprendere come usare la mascherina, l’importanza del distanziamento, il lavarsi frequentemente le mani. Purtroppo ho trovato molte difficoltà a far comprendere queste cose, soprattutto l’uso della mascherina e il distanziamento. Loro vivono in una bolla rarefatta rispetto all’ambiente esterno. Vivono una vita oserei dire ‘privilegiata’ perché, fino a qualche giorno fa, non percepivano affatto le notizie e la realtà provenienti da fuori. Le due colleghe che collaborano con me hanno sposato subito questa mia iniziativa, ma devo ammettere che non ho avuto un grande risultato”. 

Ha trovato comunque chi l’ha seguita?  

“Alcuni, cinque o sei giovani poco più che ventenni e qualche trentenne, mi hanno addirittura chiesto dell’app Immuni. Stiamo parlando di ragazzi altamente performanti, laureati, che però sono affetti da disturbi tipo l’autolesionismo, non proprio una passeggiata. Insomma, loro hanno seguito o, comunque, provato a seguire i miei consigli. Ma gli altri, soprattutto i pazienti con un tessuto culturale basso, spesso non comprendono la malattia, non capiscono cos’è questo Coronavirus, hanno forti disagi tanto da avere delle difficoltà a indossare la mascherina. Eppure le ho anche distribuite in numero considerevole. La verità è che il paziente psichiatrico non vuole fare sacrifici in più rispetto a quelli imposti. Imporre qualcosa che considerano ossessivo, come indossare la mascherina, ai pazienti che hanno già il peso di un malessere psichiatrico diventa per loro un’ulteriore fonte d’oppressione”.

I parenti possono visitare gli ospiti della struttura?

“No, assolutamente. Da quando c’è il Covid-19 i parenti non entrano nella struttura. I pazienti, comunque, hanno a disposizione molti ettari di un bosco meraviglioso, che è una propaggine di quello di Capodimonte. Hanno, inoltre, un cinema, la palestra dove possono svolgere attività fisica oppure il campo di calcetto. Inoltre, ogni mattina, leggono i giornali. Cerco così di aumentare la loro conoscenza della realtà, perché devono sapere, una volta usciti, cosa succede nel mondo, cos’è che provoca questa mortalità, perché le persone portano la mascherina, come mai c’è un incremento fortissimo delle fobie”.

E quando lei spiega queste cose che reazione hanno?

“In questo caso ho attirato la loro attenzione. Qualcuno ha avuto paura, ma subito abbiamo bilanciato il dialogo, senza drammatizzare, rimanendo molto empatici e ragionando nei gruppi, dove facciamo scegliere a loro l’argomento da discutere. Bisogna stare attenti a non seminare il panico, placare i momenti di tensione con battute scherzose anche su argomenti seri, perché attraverso lo scherzo comprendono molto di più. L’importante è mostrarsi così come si è, essere se stessi e quindi conquistare la loro fiducia. Posso dire che mi considerano un’amica, una loro pari ma che ha dei ‘super-poteri’, per cui ho il loro affetto che, naturalmente, è ricambiato”.       

Come reagisce, invece, alle restrizioni dovute al Covid-19 chi è affetto da disabilità come l’autismo?

“Chi è autistico ha dei rituali, fa sempre le stesse cose e non ama i cambiamenti. Nel momento in cui il Covid-19 toglie tutta o parte di questa routine sorgono i problemi. E poi non bisogna dimenticare il limite al movimento. Sono persone che devono uscire, incontrare gente, non chiudersi in se stessi. Avere un educatore che stia loro vicino è fondamentale, perché non tutti i genitori hanno la forza, la capacità o la possibilità di seguire chi ha un problema del genere. Avere cura di un disabile in una situazione di ricchezza, in un quartiere agiato, sicuramente è molto più facile rispetto a chi vive, ad esempio, a Scampia. Gli autismi sono un contenitore di disabilità. Rispetto a chi soffre di un disagio psichiatrico il bambino autistico, ma anche l’adulto, ha sicuramente problemi maggiori”.  

Guerra

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