Alea iacta est, direbbe Cesare il conductor. Desta sorpresa e ammirazione il decisionismo imprevisto o forse sconsiderato del neo-ministro ai beni culturali (lo stesso dello scorso governo, ma vabbè, che problema c’è?) che ha deciso la riapertura per il 27 Marzo di cinema, teatri e musei dopo lunga e dolorosa chiusura e penalizzazione di un intero comparto. Così, a dispetto di ogni picco pandemico e di ogni spettro di lockdown, esercenti e compagnie teatrali preparano i piani di battaglia per un felice rientro su palcoscenici e grandi schermi. Felici, sorpresi, vagamente distratti.
Riprendono dunque a pieno ritmo, dopo un troppo lungo e odioso fermo, le attività di rito: la compagnia è in fibrillazione, il regista nel panico, ciascuno fa il possibile perché tutto sia pronto. Si pensa alla locandina, l’aiuto regista giovane, inesperto nipote dell’impresario ma creativo, lancia un’idea fotografica di taglio sperimentale ispirata alle pubblicità di Fedez con la capretta. La giovane attrice fa la boccuccia a cuoricino mentre offre alla macchina fotografica un generoso décolleté, che l’espressione trasognata e la treccina vagamente avant garde cercano di compensare. I tecnici mettono a punto nel minor tempo possibile la scaletta mentre rivedono il disegno luci.
Tempus fugit! Le prove filate diventano generali e si arriva alla prova aperta al pubblico senza una reale padronanza della memoria, così che il canovaccio drammaturgico subisce continui innesti creativi. Gli attori danno prova di inaspettato talento drammaturgico. Si improvvisano battute a copertura di quelle ignote o dimenticate, si creano nuovi sorprendenti nessi logici e narrativi. Va detto che la pièce del giovane attore di bell’aspetto improvvisatosi drammaturgo ne viene migliorata con l’innesto sul piatto piano realistico di improvvise nervature onirico-simboliche che danno a tutto il lavoro più fascino e sicura presa sul pubblico. Il pubblico, ecco appunto! Resta da capire come riportare il pubblico a teatro dopo un anno intero di pausa forzata. Ed è qui che un mio amico impresario ha avuto alcune idee geniali, che vado enumerando.
Uno: ridurre alla metà il prezzo dei biglietti. Una delle ragioni per cui la gente non va più a teatro si dice sia l’alto costo del biglietto. E proprio in questo il mio amico avrebbe trovato la soluzione della crisi: si riduce il prezzo dei biglietti alla metà, ma allora dicono gli addetti ai lavori non ci rifaremmo nemmeno delle spese. Un momento: si vendono i biglietti due volte. Geniale! Sarebbe a dire che un teatro che ha 500 posti, per esempio, invece di mettere in vendita 500 biglietti a 10 euro l’uno ne mette in vendita 1.000 a 10 euro l’uno, cioè due biglietti per ogni posto numerato. Bravo, dirà il lettore sagace. Ma quand’anche riusciste a vendere tutti i biglietti come farete sedere gli spettatori se i posti sono 500? Non crediate che il mio amico non abbia valutato la vostra illuminante obiezione. Ecco qua la sua trovata. Il regolamento del teatro dovrebbe essere così concepito: ogni posto è venduto a due spettatori ma, complice anche il distanziamento a sedere, sarà il più forte che così avrà il posto tutto suo avendolo pagato la metà.
Ora voi giustamente potreste obiettare che questo escamotage può funzionare solamente per la prima sera, perché una volta diffusasi la notizia gli spettatori meno atletici rinunceranno preventivamente allo spettacolo o si faranno accompagnare da amici incolti, ma dal fisico prestante, che potranno degnamente lottare per la poltrona lautamente pagata. È evidente, però, che dopo il primo atto della tragedia greca in cartellone l’omone non avvezzo alle gioie del teatro comincerà a guardare sul proprio smartphone dei video non propriamente adeguati (senza silenziare i gemiti, per di più), che il compagno della signora seduta a fianco non potrà fare a meno di stigmatizzare, col conseguente battibecco che porterebbe di certo scompiglio in platea e disturbo alla compagnia ispiratissima, intenta a mettere in scena il duplice delitto di Ecuba.
È cosa notoria, altresì, che il teatro è oppresso dalla concorrenza di talk show televisivi, riunioni di condominio non stop, eventi radiofonici, parties, dirette streaming e ogni forma di partecipazione non convenzionale. A questo proposito, cade la seconda invenzione geniale del mio amico impresario: imporre l’abito in costume all’ingresso. La sua idea lascia alla creatività e alla sensibilità del regista della compagnia di intonare o meno l’abito alla rappresentazione a cui si assiste, cercando così di rinverdire i successi ormai ultra-decennali di spettacoli come il mitico Rocky Horror Picture Show. Quel che è certo è che lo spettacolo così diventa evento e si vedrebbero giungere folle di avvocati in peplum che ancora indossano scarpette da ginnastica d’ordinanza, oppure raffinatissime aristocratiche habitué delle opere di Carmelo Bene o della più spericolata avanguardia, in tunica scollata nonostante i rigori di una primavera che tarda ad arrivare. Di certo, tutti entrerebbero, letteralmente, dentro lo spettacolo aderendo intimamente alla rappresentazione e affollando le repliche entusiasti perché partecipi. Poche regole per scardinare un teatro borghese in crisi da troppo tempo, riavvicinando il teatro al popolo, alla sua vera essenza di meditazione sul reale e di decodifica del nostro consesso quotidiano.