Nelle prime ore di questa mattina gli uomini del comando provinciale della guardia di finanza e della Questura di Napoli, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia partenopea, hanno eseguito, tra le province di Napoli e Caserta, un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 31 soggetti (22 in carcere e 9 agli arresti domiciliari), gravemente indiziati di appartenere o di aver favorito il clan Amato-Pagano. Sono 22 le persone raggiunte dalla misura cautelare in carcere, mentre in nove sono finiti agli arresti domiciliari. I reati contestati a vario titolo agli indagati sono associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, intestazione fittizia di beni e traffico di stupefacenti, tutti aggravati dal metodo mafioso. Contemporaneamente all’operazione, sono in corso, tra Campania, Molise ed Emilia-Romagna, sequestri di beni immobili, società e denaro contante. Sono 18 le aziende sequestrate, cinque delle quali operanti nel settore delle onoranze funebri, 12 tra fabbricati e terreni, 34 autoveicoli e denaro su oltre 300 rapporti finanziari, per un controvalore di circa 25 milioni di euro.
Il clan Amato-Pagano, nato dalla scissione del clan Di Lauro, avrebbe continuato ad avvalersi della propria forza di intimidazione commettendo una pluralità di reati (omicidi, estorsioni, spaccio di sostanze stupefacenti, porto e detenzione di armi da guerra e comuni da sparo, riciclaggio), per mantenere il controllo del territorio nei Comuni di Melito di Napoli, Mugnano di Napoli, Casavatore e Arzano e del mercato all’ingrosso della cocaina nell’intera area nord di Napoli.
Le indagini condotte dalla squadra mobile di Napoli hanno consentito di ricostruire l’organigramma del sodalizio criminale, il cui reggente sarebbe M. L. che, coadiuvato da storici esponenti di spicco come F. M., S. R. e R. T., è gravemente indiziato di gestire tutte le attività illecite del clan, con particolare riguardo al traffico e alla vendita dello stupefacente. Grazie ad una organizzazione capillare, infatti, il clan sarebbe riuscito a gestire una complessa filiera di narcotraffico, soprattutto attraverso il controllo delle diverse piazze di spaccio ricadenti sul territorio.
Dalle indagini verrebbe allo scoperto una struttura criminale di tipo verticistico, all’interno della quale, come sembra confermato anche dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, M. L. sarebbe stato l’unico a poter prendere decisioni in merito a tutti gli affari illeciti degli Amato-Pagano e a delegare compiti di gestione e incarichi operativi ad affiliati di sua fiducia. Le contestuali indagini svolte dagli specialisti del Gico avrebbero portato alla luce l’esistenza di una forma di controllo pressoché totale del territorio melitese da parte del clan, grazie anche alla diretta partecipazione alle attività criminali del presidente dell’Aicast (ex Ascom) di Melito di Napoli, associazione rappresentativa di plurime categorie operanti nella città.
Proprio presso la sede dell’associazione, infatti, si sarebbero tenuti dei summit finalizzati a stabilire le strategie criminali da adottare. La sede dell’Aicast è stata, quindi, sequestrata, perché considerata il “quartier generale” di gran parte dei membri del clan e luogo di incontro con le vittime designate delle estorsioni. Gli indagati sarebbero coinvolti in una massiccia e capillare attività estorsiva nei confronti di operatori commerciali melitesi, circa 500 negozi ogni anno, oltre che nel diretto interesse del clan nella gestione dei remunerativi servizi di onoranze funebri, attraverso la selezione di specifiche ditte con le quali entrava in “quota” consentendo loro di operare, di fatto, in regime di monopolio.
Da segnalare, inoltre, una particolare forma di estorsione, che si aggiungeva rispetto a quella “classica” (posta in essere attraverso l’imposizione delle tre rate annuali, coincidenti con le festività di Natale, Pasqua e Ferragosto). Dalle indagini sarebbe, infatti, emerso che nella proposta rivolta alle vittime, queste potevano ricevere, a fronte della somma estorta, una fattura per “scaricare” il costo dell’illecito pagamento e questo sarebbe servito, secondo gli indagati, a far accettare più facilmente l’imposizione.