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Home Società

19 marzo 2020. Le celebrazioni via social per festeggiare Don Peppe Diana

Pier Paolo De Brasi di Pier Paolo De Brasi
19 Marzo 2020
in Società
don peppe

don peppe

Non è un 19 marzo come gli altri e lo ha spiegato bene il coordinatore del Comitato don Peppe Diana Valerio Taglione nel suo intervento ospitato da Il Crivello. È un 19 marzo diverso. Diverso non vuol dire più bello o più brutto, vuol dire insolito, strano. Com’è strana la nostra vita ai tempi del Coronavirus. Un velo di tristezza c’è in ogni celebrazione. Quest’anno ancora di più, perché non c’è mamma Iolanda. La prima volta dopo 26 anni. Eppure chi, da sempre, ha ricordato don Peppe Diana, lo ha voluto celebrare lo stesso e nonostante tutto. Non poteva essere diversamente.

I social sono un’arma a doppio taglio, dipende da come si usano. Quando nascono momenti di aggregazione in ricordo di qualcuno che è amato e ha dato la vita per gli altri, per la propria terra, non si può non apprezzare la loro funzione divulgatrice. Con la marcia social si celebra don Peppe e si riconquista anche il senso di questa parola spesso detestata, che accoglie, unisce, fa del singolo una moltitudine. I social ridiventano comunità. È il bello dei tempi di oggi e, se vogliamo, è il bello di questo giorno.

Ai tempi di don Peppe non esistevano i social, non esisteva il virtuale. La vita era solo quella reale. Aggregazione però poca, perlopiù in parrocchia. E don Peppe sapeva aggregare. Forse anche per questo la camorra lo ha ucciso nel giorno del suo onomastico, nel 1994, o perché le sue parole toccavano due organi vitali di quella cosa che laicamente chiamiamo coscienza; per chi crede diventa anima, cervello e cuore.

Ragione e sentimento, senza scomodare Jane Austen, sono due termini spesso in contrasto fra loro, potremmo dire l’uno il contrario dell’altro. C’è l’impressione, per chi non lo ha conosciuto se non attraverso i libri, la sua storia e i racconti di chi gli è stato amico, che don Peppe Diana avesse la capacità di unire con facilità estrema queste due parole così distanti. Riusciva così a rivoltare le coscienze o, se preferite, le anime. Lo faceva grazie a una lucida consapevolezza del reale (ragione), cioè la conoscenza di cosa stava accadendo in quel periodo storico a Casal di Principe e dintorni, e all’amore per la sua terra (sentimento).

Un esempio potrebbe essere questa breve ma significativa frase: “Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili”. È tratta dal documento Per amore del mio popolo non tacerò, redatto da don Peppe insieme ai parroci della forania di Casal di Principe e diffuso a Natale del 1991. Una frase valida ancora oggi, in tempo di social e Coronavirus.

Dell’assassinio di don Peppe Diana, morto a 36 anni, sono stati ritenuti colpevoli e condannati all’ergastolo con sentenza definitiva Nunzio De Falco, mandante dell’omicidio, Mario Santoro e Francesco Piacenti, coautori materiali. Chi entrò nella chiesa di San Nicola di Bari alle 7,25 del 19 marzo 1994 è sparò materialmente fu Giuseppe Quadrano, poi collaboratore di giustizia, riconosciuto e accusato dall’unico testimone del delitto, Augusto Di Meo, amico fraterno di don Peppe.

 

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Tags: Casal di Principe
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