Nemmeno le sbarre del carcere riuscivano a fermarli. I vertici del clan continuavano a gestire il racket, a ordinare spedizioni punitive e a muovere le fila degli affari criminali direttamente dalle loro celle, utilizzando telefoni cellulari introdotti illegalmente. È questo il dettaglio più inquietante che emerge dall’ultima indagine della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, culminata oggi in un maxi blitz nel Napoletano. I carabinieri del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna hanno eseguito 26 misure cautelari (23 arresti in carcere e 3 divieti di dimora), assestando un colpo durissimo al clan Nobile, noto negli ambienti criminali come la fazione dei “Panzarottari”.
L’inchiesta svela un quadro di vera e propria “amministrazione parallela” ad Afragola, dove il gruppo criminale — considerato dagli inquirenti un’articolazione della storica cosca dei Moccia — aveva imposto un controllo asfissiante. Il soprannome della famiglia, legato alle origini ambulanti del capostipite Antonio Nobile, si era trasformato nel tempo in un marchio del terrore per commercianti e imprenditori locali, costretti a piegarsi alle pesanti richieste estorsive. A spingere l’ascesa dei “Panzarottari” è stato il vuoto di potere creatosi sul territorio. Approfittando dello smantellamento dei vecchi gruppi egemoni della zona (i Luongo, i Sasso e i Barbato), i Nobile si sono presi il centro cittadino e il rione Salicelle, militarizzando le strade. Una ragnatela criminale che non si fermava ad Afragola, ma che si era estesa ai comuni vicini come Caivano, Casoria, Cardito e Frattamaggiore, per blindare gli equilibri di potere e prepararsi a eventuali faide.

