Utilizzare il plasma iperimmune per curare i pazienti colpiti dal Coronavirus è una procedura di cui si parla già da un po’ e che, in alcuni presidi ospedalieri del nord Italia, è già in uso con ottimi risultati. Questa strategia, infatti, è stata adottata al San Matteo di Pavia, all’ospedale di Mantova, all’ospedale di Bolzano e in quello di Padova. I risultati di questa terapia, suggerita dal primario emerito del Cotugno Giulio Tarro fin dalla comparsa dei primi casi di Coronavirus in Italia, sono molto incoraggianti. A Padova, questa cura è stata sottoposta a 11 malati in fase critica e tutti hanno avuto una remissione della malattia in un arco molto breve di tempo. Entro questa settimana potrebbe essere avviata anche al Cotugno, per trattamenti sperimentali con il siero ricco di anticorpi estratti da pazienti guariti dal Covid-19. Tuttavia a Napoli, a differenza di come successo con altre terapie, all’utilizzo del plasma iperimmune si è giunti in ritardo, poiché lo scoglio da superare era il parere obbligatorio del comitato etico.
Le richieste per usare anche a Napoli il plasma iperimmune dei pazienti guariti come cura per il Covid-19 risalgono alla metà di marzo, più di un mese e mezzo fa. Personalità importanti del Cotugno come Fiorentino Fragranza, direttore della rianimazione, Roberto Parrella, che è a capo dell’unità complessa di malattie infettive a indirizzo respiratorio, e Rodolfo Punzi, direttore del dipartimento di urgenze infettivologiche, avevano già fatto sentire la propria voce. I punti cruciali da risolvere non erano pochi e nemmeno semplici: c’era da uniformare le procedure alle linee guida sull’uso dei derivati del plasma emanate dal ministero della Salute, indicare le procedure di sicurezza e chiarire le eventuali responsabilità di qualsiasi cosa andasse storto. A velocizzare la situazione ci ha pensato il manager dell’Azienda dei Colli Maurizio di Mauro, che ha indetto una riunione web nella quale, ieri sera, si sarebbe arrivati a decidere per il sì. Oggi il lavoro dovrebbe essere ratificato e venerdì si dovrebbe procedere alla firma per l’ufficialità.
Il comitato etico è un organismo che dipende da un accordo interaziendale del 2014 stipulato con l’Università Vanvitelli. Sono molti gli esperti che ne fanno parte: quattro clinici immunotrasfusionisti, un esperto di nuove procedure diagnostiche, un medico di medicina generale, un biostatistico, due farmacologi, tre farmacisti, due pediatri, due esperti in materia giuridica, due esperti in bioetica e altri sei rappresentanti del volontariato e di altri profili.
Il siero con anticorpi verrà prodotto partendo dal sangue donato dai pazienti guariti da Covid-19 che, per fortuna, non mancano. Sono già tante le adesioni per le donazioni, che verranno fatte all’atto delle dimissioni. Per la produzione vera e propria del siero si utilizzerà l’unità immunotrasfusionale dell’Azienda dei Colli, diretta da Bruno Zuccarelli. La cura con il plasma dei pazienti guariti potrebbe rivelarsi molto importante, soprattutto in collaborazione con le altre efficaci terapie che si stanno usando e anche in vista del fatto che per il vaccino ci sarà bisogno di aspettare, con molta probabilità, la metà dell’anno prossimo. Inoltre, potrebbe essere una delle strategie terapeutiche migliori, visto anche il suo precedente uso nel 2002 e nel 2009 per la cura della Sars e della Mers, virus che fanno parte della stessa famiglia del Covid-19.
Tuttavia, sebbene sia generalizzata l’idea dell’uso del plasma come cura efficace, non mancano certo opinioni che richiamano alla calma e soprattutto alla prudenza. Alcuni esperti affermano che dal plasma convalescente si possano avere rischi come l’epatite o lo shock anafilattico. Inoltre, essendo un prodotto di natura umana, è molto delicato trovarne una regolamentazione. Gli emoderivati, nonostante siano riconosciuti come procedura che funziona e che lo ha sempre fatto, sono prodotti che possono comportare dei rischi. Inoltre, si concorda sul fatto che questo tipo di cura non è assolutamente usufruibile a casa. Uno dei limiti principali del trattamento, secondo alcuni virologi, sarebbe la virtuale impossibilità di standardizzazione, a causa della variabilità che inevitabilmente esiste da donatore a donatore. Ma come sempre in medicina, prima di professare giudizi e certezze riguardo l’efficacia di un trattamento terapeutico, si ha bisogno di attendere i risultati di studi controllati.