L’epidemia da Covid-19 non ha fermato la violenza di genere, anzi ha peggiorato la situazione, incrementando il numero di aggressioni che si consumano tra le mura domestiche. Mentre gran parte di noi si è rifugiato in casa, considerata il luogo più sicuro dove potersi riparare dal virus, per molte donne quelle mura hanno invece rappresentato una vera e propria prigione da cui è difficile scappare. Le misure di distanziamento sociale, se da un lato si sono rivelate necessarie per il contenimento della pandemia, dall’altro hanno reso più vulnerabili le donne, che sono state costrette a rimanere in casa con i propri aguzzini. La quarantena forzata, dal canto suo, non ha fatto altro che aumentare i rischi di violenze e maltrattamenti che molte donne e bambini hanno dovuto subire a causa della convivenza obbligata con uomini violenti.
Anche se non disponiamo di dati completi, poiché le misure di lockdown sono ancora in corso, la Cina, che per prima ha dovuto affrontare la crisi epidemiologica, dispone dei numeri per poter dimostrare che si tratta di una preoccupazione fondata. Nella provincia di Hubei, epicentro dell’epidemia, i dati mostrano un aumento consistente di violenze, maltrattamenti e abusi domestici avvenuti nel periodo di quarantena. Il fenomeno sta diventando preoccupante anche nel resto del mondo, al punto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato l’allarme: in Europa le richieste di aiuto da parte delle donne vittime di violenza sarebbero aumentate del 60%. Inoltre, secondo uno studio dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, nei primi mesi di confinamento si è registrato nei Paesi membri un incremento del 20% delle aggressioni e dei femminicidi. L’Unfpa, l’agenzia delle Nazioni Unite che che si occupa delle popolazioni in crisi, con la collaborazione della John Hopkins University, ha previsto che quest’anno potrebbero esserci circa 15 milioni di casi in più di violenza domestica. Le conseguenze negative della pandemia colpiscono soprattutto le donne che vivono nei Paesi con sistemi di protezione sociale più deboli. Grande preoccupazione è stata espressa anche da Papa Francesco che nei giorni scorsi ha sentito la necessità di riportare l’attenzione sul tema.
Amnesty International è stata tra le prime organizzazioni umanitarie a lanciare l’allarme su scala globale circa il pericolo di incremento delle violazioni dei diritti delle donne. Secondo l’ong, l’attuale stato di isolamento forzato sta costringendo molte donne a subire violenze senza poter ricevere strumenti e tutele adeguate; violenze che possono sfociare nel femminicidio. Si può morire per violenza maschile anche se si è giovani e istruite o se si ha un lavoro. Si muore perché spesso non si riescono a proteggere in maniera adeguata le donne dai compagni violenti. Dall’inizio di quest’anno si contano in Italia 24 casi di femminicidio, la media di sei uccisioni al mese, più di una a settimana. Nel mondo si verificano 137 femminicidi ogni giorno e l’80% di essi viene commesso da una persona che la vittima conosceva: i carnefici sono perlopiù i partner, gli ex partner, i conoscenti o i familiari.
A segnalare l’aumento delle situazioni di rischio in Italia è stata l’associazione Dire – Donne in rete contro la violenza. I dati raccolti dall’organizzazione sono allarmanti: tra marzo e aprile 2020, in piena emergenza Covid-19, le richieste d’aiuto delle donne ai centri antiviolenza sono aumentate del 75% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Solo nel mese di aprile i centri della rete Dire sono stati contattati complessivamente 2.867 volte da donne che chiedevano aiuto, mentre nello stesso mese dello scorso anno le segnalazioni sono state 652. Al contrario il Telefono rosa ha registrato un crollo del 55% delle segnalazioni: solo il 3,5% delle vittime ha contattato il numero nazionale antiviolenza. La spiegazione è che le donne non chiedono aiuto perché, chiuse in casa con mariti e partner violenti, hanno paura di essere scoperte. Chi subisce violenza infatti non solo non ha denunciato il proprio aguzzino per paura di subire ritorsioni, ma se non l’ha fatto è perché spesso la vittima ha avuto il terrore di essere allontanata dai propri figli restando sola. La solitudine è, infatti, l’ostacolo più difficile da superare per chi subisce violenze e maltrattamenti.
Per inquadrare meglio il fenomeno della violenza di genere in Italia e comprenderne la gravità è fondamentale eseguire un’analisi dettagliata sui dati. A tal fine risulta utile il rapporto Istat sulla violenza di genere: il quadro delineato è spaventoso, in quanto almeno una donna su tre è stata vittima di violenza, il 31% delle donne italiane. Di queste, il 41% ha subito violenza fisica e sessuale mentre risultano più di un milione coloro che hanno subito uno stupro o un tentativo di stupro. Le donne straniere residenti in Italia hanno subito violenza fisica o sessuale in percentuale uguale a quelle italiane. Secondo i dati Istat gran parte delle violenze sono compiute da partner, ex partner e mariti, seguiti da conoscenti, colleghi e datori di lavoro. Quasi tre milioni di donne hanno subito violenze dai propri partner. Il dato positivo è che la maggior parte di coloro che avevano un partner violento lo hanno lasciato per tale motivo. Le forme più gravi di violenza come stupri e violenze sessuali sono state compiute da partner e parenti nel 63% dei casi. Le vittime subiscono soprattutto minacce, spintoni, strattoni, sono oggetto di schiaffi, calci e pugni, mentre le forme più gravi di violenze sono lo strangolamento, l’ustione, il soffocamento e la minaccia attraverso l’uso delle armi. Molto diffuse sono anche le molestie sessuali, come l’essere toccate e baciate contro la propria volontà, e i cui autori sono perlopiù persone sconosciute. Oltre alla violenza fisica o sessuale le donne subiscono anche violenza psicologica ed economica, comportamenti cioè di umiliazione, svalorizzazione, controllo e intimidazione, nonché di limitazione e di privazione delle proprie libertà o dei propri affetti: il 26% subisce violenze psicologiche dall’attuale partner mentre il 46% lo ha subito dall’ex. Una percentuale non trascurabile ha subito atti persecutori come lo stalking. Si stima che il 22% delle donne (5 milioni e 600mila) abbia subito persecuzioni da parte di un ex partner o di uno sconosciuto nell’arco della propria vita. Gli autori di stalking sono maschi nell’86% dei casi. Il dato poco rassicurante è che gran parte delle vittime di stalking non ha mai cercato aiuto nonostante costituisca un reato punibile penalmente.
In prima linea nel combattere questa battaglia sociale e culturale contro la violenza ci sono le case di accoglienza, sulle cui spalle si regge gran parte del peso dell’emergenza. Tuttavia i provvedimenti adottati dalle istituzioni si sono rivelati spesso insufficienti o inadeguati e le stesse case di accoglienza si sono ben presto riempite, senza poter accogliere ulteriori donne, madri e figli che versavano in condizioni familiari difficili. In questi mesi segnati da grandi difficoltà organizzative, comunicative ed economiche è stato fondamentale in Campania il supporto dei centri antiviolenza predisposti dall’assessorato al welfare del Comune di Napoli, che sono stati attivi durante tutta l’emergenza per offrire alle donne vittime di maltrattamenti consulenza legale e supporto psicologico.
Ed è ciò di cui si occupa Giovanni Russo, da oltre vent’anni impegnato nel contrasto della violenza di genere attraverso le iniziative messe in campo dal consorzio Terzo settore che fa parte, assieme ad altre realtà associative, della rete che coordina i centri anti-violenza sulla città di Napoli. “Le segnalazioni ricevute dai centri anti-violenza in questo periodo di quarantena sono sensibilmente aumentate. Riceviamo una media che va dalle 40 alle 50 telefonate al giorno. Chi ci chiama sono soprattutto donne e madri in difficoltà, in cerca di conforto o di aiuto”, ha esordito Giovanni, che ha poi illustrato le azioni messe in campo dal Comune napoletano per affrontare l’emergenza: “Fin dal primo momento c’è stata una forte sinergia con l’assessore alle Pari opportunità Francesca Menna. Il principale ostacolo da superare ha riguardato la ricerca di una sistemazione per quelle donne che avessero deciso di andare via da casa per sfuggire ai maltrattamenti. Grazie a una manifestazione di interesse stipulata tra il Comune di Napoli e gli albergatori della città sono stati messi a disposizione diversi posti letto per accogliere i soggetti a rischio. Con questa iniziativa siamo riusciti a prevenire le complicazioni legate all’emergenza, dando un aiuto concreto e immediato a chi si trovasse in difficoltà. Ad oggi sono disponibili 26 posti letto che vanno ad affiancarsi e a integrarsi ai servizi già offerti dalle case di accoglienza, il tutto nel rispetto delle norme anti-Covid-19”.
Giovanni ha inoltre descritto i programmi futuri per quanto riguarda la provincia di Napoli: “Tra i progetti che abbiamo in programma per rafforzare gli interventi dei centri anti-violenza c’è quello di istituire una casa di accoglienza per donne e minori presso la masseria Antonio Esposito Ferraioli di Afragola, bene confiscato alla camorra, sede di numerose iniziative sociali e culturali. L’obiettivo è quello di reinserire le donne nel mondo del lavoro attraverso attività di impresa sociale”. Una nota dolente riguarda tuttavia la questione dei finanziamenti che tardano ad arrivare. Le dichiarazioni di Giovanni sono infatti perentorie: “I centri anti-violenza vengono finanziati con ritardi clamorosi. Ad oggi attendiamo ancora il riparto dei fondi del 2019. Questo significa che non riceviamo finanziamenti da quasi due anni, e gli stanziamenti ad hoc per affrontare l’emergenza, a causa della grande mole di lavoro, risultano insufficienti”. Giovanni ha poi concluso rivolgendo un accorato appello: “Le donne non devono sentirsi sole. Associazioni e istituzioni sono pronte a sostenerle e ad aiutarle. Anche in questo momento di emergenza è possibile denunciare e chiedere aiuto. Se vogliamo sconfiggere la violenza di genere dobbiamo abbattere l’isolamento e la solitudine”. I centri antiviolenza di Napoli sono contattabili al numero rosa gratuito 800 864 781 per chiedere supporto e consulenza, mentre è attivo per le emergenze il numero 393 884 1227; i centri sono inoltre contattabili via email all’indirizzo centroantiviolenza@cavnapoli.it.
Mena Rota è invece tra le socie fondatrici nonché vicepresidente dell’associazione Millemè, organizzazione no-profit che affronta le problematiche di genere e quelle legate alle dipendenze affettive. L’associazione è radicata su tutto il territorio nazionale ed è costituita da un team di esperti del settore che si avvale del lavoro delle psicoterapeute Erica Pugliese e Sara Catarinella, della neurologa Delia Renzi e degli avvocati Rossella Salerno e Marco Pagliaro. Molto attivo sul territorio casertano è lo sportello di Mondragone che accoglie richieste e segnalazioni da tutta la provincia. ”Le segnalazioni di violenze domestiche sono sensibilmente aumentate nell’ultimo periodo – ha esordito Mena – c’è grande difficoltà nell’effettuare le denunce o ad allontanarsi da casa”. La vicepresidente dell’associazione ha confermato dunque il trend nazionale e ha continuato: “Abbiamo visto triplicare il numero di richieste di aiuto e di intervento anche se al momento è difficile avere una mappatura completa dei casi, essendo l’emergenza ancora in corso. Gran parte di essi però non vengono denunciati perché c’è forte diffidenza nei confronti delle istituzioni”.
Mena ha poi descritto l’azione e il lavoro svolto dall’associazione: “Chi prende a carico una donna vittima di violenza deve innanzitutto aiutarla nel ricominciare a vivere. La nostra associazione offre accompagnamento psicologico e assistenza legale a spese dello Stato, quest’ultima fondamentale per passare al livello successivo, quello della denuncia. Il nostro è un percorso umano di liberazione, di emancipazione e di autodeterminazione. Aiutiamo le donne a trovare coraggio, sostenendole passo dopo passo con programmi e percorsi specifici, con l’accompagnamento di psicologi, medici e legali specializzati nelle questioni di genere”. Sono molte infatti le iniziative di promozione sociale e culturale svolte sul territorio: “Partecipiamo a progetti di inclusione sociale nelle scuole e nei centri Sprar assieme ai migranti, volti al riconoscimento dei diritti e della parità di genere perché pensiamo che sia fondamentale fare un lavoro di prevenzione culturale. Inoltre, tramite i canali social della nostra associazione, organizziamo convegni e dibattiti sul tema, così che ci sia una condivisione delle conoscenze”. Mena ha posto poi l’accento sulla necessità di una maggiore attenzione da parte delle istituzioni nell’adottare politiche mirate al rafforzamento delle pari opportunità e al contrasto delle discriminazioni, invitando infine le vittime di violenza a prendere coscienza del problema: “Il percorso di uscita dal tunnel richiede grande forza e coraggio. Dopo le brutte esperienze vissute è difficile fidarsi di qualcuno ma noi siamo qui per questo, per ridare fiducia e supporto. Parlarne è fondamentale ed è il primo passo per liberarsi del problema. Le donne però non devono illudersi che la violenza finirà, può solo peggiorare, e non devono né vergognarsi né sentirsi umiliate: chi si deve vergognare è chi compie le violenze”. Millemè è raggiungibile all’indirizzo email millemecommunity@gmail.com oppure tramite la pagina Facebook: le operatrici raccoglieranno le segnalazioni pervenute on-line e si metteranno in contatto diretto con l’interessata.
Per concludere, è utile ribadire che a sostegno delle donne vittime di violenza sono attivi numerosi canali di aiuto su tutto il territorio nazionale. Tra questi ricordiamo il Telefono rosa contattabile al numero gratuito 1522, disponibile 24 ore su 24 e gestito da operatrici specializzate che accolgono le richieste d’aiuto. L’associazione Dire ha pubblicato un’app per smartphone (scaricabile qui) utilizzabile da tutte coloro che non possono effettuare o ricevere telefonate perché sotto controllo dei propri partner. “Mascherina 1522” è invece l’iniziativa che nasce da un accordo tra i centri antiviolenza e la Federazione farmacisti: dopo aver pronunciato la frase in codice, il farmacista fornirà informazioni utili e si attiverà per fornire aiuto alle vittime di violenza. Anche l’associazione Luca Coscioni, che si occupa della promozione dei diritti civili e sociali delle persone più deboli, ha deciso di scendere in campo mettendo a disposizione il servizio CitBot, un sistema di intelligenza artificiale in grado di rispondere alle domande sui temi della violazione dei diritti della persona, compresi quelli di genere. Ricordiamo, infine, che tramite l’app della polizia di Stato YouPol (scaricabile qui) è possibile denunciare direttamente i reati di maltrattamento e di violenza domestica. Una chiamata ai numeri di emergenza e ai centri antiviolenza è il primo passo per uscire da questa prigione fatta non solo di mura ma anche di solitudine e silenzi.
Segui già la pagina Facebook Il Crivello.it?