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Home Società

Farmacisti in fuga dall’Enpaf, quota annuale troppo esosa

Emanuele Di Donato di Emanuele Di Donato
16 Giugno 2020
in Società
Farmacisti

In un’interrogazione presentata in commissione Lavoro e rivolta ai ministeri del Lavoro e delle Politiche sociali, della Salute, dell’Economia e delle finanze, è stato affrontato il tema della fuga dall’Enpaf – l’Ente nazionale previdenza e assistenza farmacisti – di quasi 2.500 professionisti in un solo anno. La motivazione della cancellazione dall’albo sono i contributi troppo esosi, oltre che obbligatori, richiesti a prescindere se i farmacisti sono inquadrati come dipendenti o autonomi. A ottobre 2019, i professionisti italiani iscritti all’albo erano poco meno di 100mila, di cui due terzi sono lavoratori dipendenti, mentre il resto lavoratori autonomi. La cifra è fissa e annua, e ammonta a 4.500 euro, una somma che colpisce soprattutto i farmacisti precari e i disoccupati. L’interrogazione, come riporta quotidianosanità.it, un quotidiano online di informazione sanitaria, è stata presentata dalla deputata del Pd Chiara Gribaudo e si è concentrata sulla richiesta al Governo di intervenire riguardo la quota obbligatoria dei versamenti. Una “contribuzione silente”, come è stata definita, che sta letteralmente facendo scappare i farmacisti dall’Enpaf.

La richiesta presente nell’interrogazione si è focalizzata sulle iniziative che il Governo è chiamato ad assumere per tutelare il reddito dei farmacisti italiani, prevedendo anche una revisione delle somme annuali dovute all’Enpaf. Questi versamenti sono obbligatori e, sebbene dopo cinque anni di disoccupazione la quota passi a 2.300 euro all’anno, le cifre si fanno sentire e rischiano, come per altro è già successo, di continuare ad allontanare i farmacisti dall’albo dell’Ente. La deputata del Pd Chiara Gribaudo, ha affermato che la quota non è cumulabile e non totalizzabile da parte dei farmacisti. Inoltre, a partire dal 2003, non è più possibile nemmeno chiedere la restituzione dei contributi versati. Anzi, la contribuzione rimane obbligatoria non solo per rimanere iscritti all’albo, ma anche per poter essere assunti nelle farmacie private o effettuare un concorso pubblico come farmacista.

“Per essere titolati a ricevere la pensione – spiega la deputata nell’interrogazione – bisogna pagare minimo trent’anni di contributi, avendo almeno vent’anni di attività. La pensione, poi, sarà del 15 per cento del totale dei contributi versati e tutto ciò non prima dei sessantotto anni di età”. Queste rigidità, continua Gribaudo, fanno coppia con l’alta quota dovuta dai farmacisti, siano titolari o collaborati di farmacie o parafarmacie, siano occupati o inoccupati. Solo nel 2018, per fare un esempio concreto, sono stati 2.467 i farmacisti entro i sessant’anni di età che si sono cancellati dall’albo. Questo, chiaramente, ha rappresentato un grave episodio di allontanamento da una professione che presuppone un’alta specializzazione e che è di grande valore per il sistema sanitario nazionale.

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