L’ennesima violenza della polizia americana consumatasi ai danni del cittadino afroamericano Jacob Blake sta avendo risvolti pesanti e inaspettati: questa volta a fermarsi in segno di protesta negli Stati Uniti è nientedimeno che la Nba, il campionato di basket più seguito al mondo e, in assoluto, uno tra i tornei sportivi più importanti, ricchi e influenti dell’intero panorama globale. Si tratterebbe di una svolta epocale e di un gesto dai forti connotati simbolici, oltre che sociali e politici: mai, infatti, nella storia della prima lega americana di pallacanestro i giocatori si erano rifiutati di scendere in campo per protestare contro i soprusi e le violenze della polizia contro la popolazione afroamericana. Le ragioni del ferimento di Blake non sarebbero ancora chiare, ma nel video diventato presto virale sui social si vede chiaramente un poliziotto sparare sette colpi di pistola alle spalle dell’uomo, ferendolo gravemente davanti agli occhi atterriti dei suoi figlioletti che lo aspettavano in macchina.
Di fronte all’ennesima violenza subita da un cittadino di colore negli Stati Uniti, questa volta i giocatori della Nba non sono riusciti frenare la loro rabbia e la loro indignazione. I primi a non scendere in campo sono stati giocatori dei Milwaukee Bucks, capitanati dal cestista greco di origini nigeriane Giannīs Antetokounmpo, i quali hanno boicottato la quinta gara del primo turno dei playoff contro gli Orlando Magic. I Bucks, dunque, hanno deciso di restare negli spogliatoi e di lanciare un messaggio forte e chiaro leggendo un breve comunicato dalle parole inequivocabili: non scenderemo in campo finché non cesseranno le violenze della polizia. Le regole della Nba vorrebbero che a vincere la sfida a tavolino sia la squadra sfidante, ma i Magic hanno rifiutato e appoggiato la protesta dei colleghi e il match è stato dunque rinviato. La notizia è arrivata presto anche sugli altri campi di gioco e, come in un effetto domino, sono state sospese anche le altre sfide in calendario nella notte italiana: quelle tra Houston Rockets e Oklahoma City Thunder e tra Los Angeles Lakers e Portland Trail Blazers. La protesta partita dai Bucks, ma evidentemente concordata con i leader del sindacato giocatori, è così diventata presto un autentico grido di rivalsa di tutti i giocatori della Nba e subito ha assunto come suo portavoce il volto popolarissimo in tutto il mondo di LeBron James, leader dei Lakers e simbolo vivente dell’intero campionato e, oggi, del basket stesso. Con diversi post su Twitter e Facebook, lo stesso LeBron non ha esitato a chiedere senza mezzi termini che le cose cambino al più presto.


