Referendum costituzionale, vincono i Sì: le proiezioni li danno al 67,8 per cento
Le prime elaborazioni del consorzio OpinioItalia per la Rai mostrano che i No si attesterebbero appena al 32,2%, con una copertura del campione dichiarata intorno al 19% del totale
Vittoria del Sì, anche piuttosto netta, al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, mentre lo spoglio dei voti procede a ritmo spedito e senza troppi intoppi. In base alla terza proiezione elaborata dal consorzio OpinioItalia per conto della Rai, infatti, il Sì sarebbe addirittura al 67,8%, mentre il No si attesterebbe al 32,2%, con una copertura del campione dichiarata intorno al 19% del totale.
“Approvate il testo della legge costituzionale concernente modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana numero 240 del 12 ottobre 2019?”. Era questa la domanda presente sulla scheda per il referendum costituzionale sul quale gli italiani sono stati chiamati al voto ieri e oggi. La scheda era di colore celeste e la risposta al quesito doveva, ovviamente, essere una sola, con una croce da apporre sul Sì oppure sul No.
La vittoria del Sì porterebbe alla riduzione del numero dei membri nelle due assemblee rappresentative che compongono il Parlamento italiano: alla Camera dei deputati passerebbero da 630 a 400, al Senato della Repubblica da 315 a 200. La vittoria del No lascerebbe, invece, tutto invariato. In quanto referendum costituzionale, per la sua validità non è necessario il raggiungimento di un quorum.
Tra le ragioni del Sì, quella che potrebbe avere avuto maggiore presa sull’elettorato è sicuramente la riduzione dei costi della politica e il risparmio per lo Stato che si verrebbe a creare con 345 parlamentari in meno. Sempre secondo i sostenitori del Sì, unaltro motivo per confermare ciò che già il Parlamento ha approvato sarebbe la maggiore efficienza delle due Camere. Un numero inferiore di componenti, è l’opinione di chi è favorevole al taglio del numero degli onorevoli e dei senatori, renderebbe più agevole il lavoro delle due assemblee, con la conseguenza di una maggiore velocità nell’approvazione o meno delle leggi. C’è chi, infine, ritiene il Sì al referendum un punto di partenza per una stagione di riforme, a partire da quella della legge elettorale. I leader dei maggiori partiti, da Luigi Di Maio a Nicola Zingaretti, da Matteo Salvini a Giorgia Meloni, si sono tutti espressi in campagna elettorale per il Sì, così come l’ex presidente del Consiglio Enrico Letta.
Dalla parteopposta della barricata la vittoria del Sì è vista come fumo negli occhi. Si parte dalla minore rappresentanza democratica, che sarebbe un rischio per la stessa democrazia, alla difesa della Carta costituzionale, ritenuta intoccabile. Entrando ancora di più nel merito, per i sostenitori del No vi sarebbe una minore o quasi nulla rappresentanza dei territori più piccoli (ad esempio Valle d’Aosta e Molise) nel caso passasse la riforma. Anche la maggiore efficienza del Parlamento è messa in discussione da chi si è battuto per la vittoria del No. In particolare, il Senato avrà difficoltà a formare e far funzionare le commissioni, rendendo i lavori dell’aula meno snelli. La maggiore efficienza delle due assemblee non è data, secondo coloro che difendono lo status quo, dal numero dei parlamentari, ma dal bicameralismo perfetto, che ne rallenta il lavoro. Infine, chi puntava alla vittoria del No replicava anche sull’effettiva efficacia della riduzione dei costi della politica, che sarebbero alti non tanto per il numero dei rappresentanti del popolo, ma a causa della spesa per i dipendenti che lavorano nel Parlamento, molto più alta di quella degli altri Paesi europei. Per il No si sono espressi in queste settimane Carlo Calenda, Romano Prodi, Walter Veltroni e la senatrice a vita Liliana Segre.
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