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Home Politica

Il Pd di Aversa e quella conclamata sindrome di Tafazzi

Ignazio Riccio di Ignazio Riccio
5 Febbraio 2020
in Politica

Ci si avvia a chiudere un cerchio, diritti verso la definizione ultima di una parabola politica iniziata negli anni ’90 e che rischia di trovare il suo peggiore epilogo proprio ai giorni nostri. Teatro del melodramma degli eredi sparsi del centrosinistra è la città di Aversa, dove il maggiore partito della coalizione, quel Partito democratico di lontana derivazione comunista, continua a vivere in pieno tafazzismo.

Il neologismo deriva dal personaggio di Tafazzi, ideato da Carlo Turati, umorista e autore di televisione. L’interprete di Tafazzi è Giacomo Poretti del famosissimo trio Aldo, Giovanni e Giacomo, il quale dà vita a un personaggio caratterizzato da un innato masochismo, che lo porta ad autoflagellarsi con una bottiglia di plastica nelle parti intime. Il trio definisce Tafazzi come privo di comicità e pieno di insulsaggine, anche se da tanta inutilità è nato addirittura un modo di comportarsi e di pensare, il tafazzismo appunto, ovvero quello stile di vita che fa del masochismo il fulcro del suo esistere.

La storia politica dei democratici aversani è vecchia in tal senso e trova le sue radici nel post Tangentopoli, quando, probabilmente per un incidente di percorso, data la notoria simpatia per il centrodestra da parte della borghesia “illuminata” di Aversa, a vincere le elezioni fu un esponente dell’ex Pci, l’avvocato Lello Ferrara, che sembrava spinto, dopo una iniziale fase amministrativa convincente per tutti, verso importanti traguardi politici.

Nel momento in cui il centrosinistra sembrava avere in mano non solo la città di Aversa, ma l’intero territorio dell’Agro, ecco che il tafazzismo ha cominciato a fare capolino. Le lotte intestine nel Pds-Ds di quegli anni tra le varie correnti, che oltre a Ferrara vedevano protagonisti in città i parlamentari Mario Gatto e Lorenzo Diana, portarono alla distruzione di un patrimonio politico importante, finito in una bolla di sapone ed ereditato per oltre quindici anni dal centrodestra cittadino.

In questo lungo periodo, ciò che rimaneva delle forze politiche del centrosinistra ha continuato nell’opera masochista e autodistruttiva, anche nella conveniente posizione di minoranza. Sono cambiati gli interpreti nel corso degli anni, ma il risultato è stato lo stesso. Alla contrapposizione Ferrara da un lato e Gatto e Diana dall’altro, si è sostituito il confronto serrato tra Stefano Graziano e Nicola Caputo, nuova classe dirigente del Partito democratico, una prova di forza interna che ha portato solamente a nuove sconfitte, fino alle ultime elezioni comunali, dove l’exploit di Alfonso Golia sembrava aver ridato entusiasmo a una coalizione.

Sono bastati pochi mesi e nel Pd si è ripresentato l’atteggiamento del personaggio Tafazzi. Nonostante Caputo sia emigrato tra le braccia di Matteo Renzi, la situazione non è migliorata, anche perché Gennaro Oliviero sembra averne preso degnamente il posto. Ecco che il masochismo ha preso nuovamente il sopravvento, rendendo difficile la vita del primo cittadino.

La giunta è sotto il fuoco di fila non solo dell’opposizione, ma anche e soprattutto della stessa maggioranza, in particolare del Partito democratico. Sono trascorsi pochi giorni dalla sfiducia in commissione cultura nei confronti dell’assessore al ramo Luisa Melillo, sfiducia passata proprio con l’astensione dei due consiglieri presenti del Pd Paolo Santulli e Maurizio Danzi.

A questo si aggiunge il successivo caso della mancata firma dello stesso Santulli, di Francesco Forleo ed Eugenia D’Angelo, tre dei sei consiglieri comunali democrat, sul documento in cui veniva espressa piena fiducia del partito ad Alfonso Golia e alla sua giunta. Infine, le fibrillazioni di oggi, con i mal di pancia dell’assessore al Bilancio Nico Carpentiero e il recupero in extremis del sindaco Golia, che ha dovuto sottolineare, suggellando la tregua con una foto, come il caso fosse rientrato.

Amministrare tra più fuochi amici non deve essere assolutamente semplice per il primo cittadino, in una fase storica in cui sarebbe necessario adottare scelte politiche forti. Aversa potrebbe essere un Comune virtuoso se recuperasse le tasse evase da anni dai cittadini (solo per l’acqua siamo a percentuali di morosi che arrivano fino al 70%), ma ciò non accade. Bisognerebbe avere il coraggio e l’amalgama per assumere decisioni impopolari, che sicuramente non portano consenso.

Ma ci sono le condizioni politiche per fare ciò? Dalle fibrillazioni quotidiane non sembrerebbe. Per questo si sta scivolando in maniera lenta verso il declino, che conduce al dissesto, e si sta prestando il fianco alla minoranza (fino a pochi mesi fa maggioranza e vittima anch’essa delle spaccature interne), che intanto gongola in vista delle prossime elezioni regionali.

 

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Tags: Matteo Renzi
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