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Home Sport

Maradona compie 60 anni: auguri al D10S del fútbol che fece grande il Napoli

Il campione argentino che rese vincente la squadra azzurra oggi festeggia un compleanno celebrato in mezzo mondo. Ecco perché non potrà mai essere un uomo normale

Diego Del Pozzo di Diego Del Pozzo
30 Ottobre 2020
in Sport

Diego Armando Maradona oggi compie 60 anni. Chi lo avrebbe mai detto? Mi si perdoni l’incipit provocatorio, autorizzato però dall’irriducibile spirito autodistruttivo col quale il D10S del fútbol mondiale ha vissuto questi suoi primi sei decenni che valgono almeno tre-quattro vite normali, tanto piena, eccessiva, debordante, fantasmagorica – nel bene e nel male – è stata finora la sua esistenza (qui il bellissimo video di oltre mezz’ora con gli auguri dei big del calcio e dello sport mondiale). Maradona è sempre stato molto più di un calciatore, un personaggio bigger than life come pochi altri nella storia dello sport mondiale: campione straordinario ma anche leader populista autoproclamato, idolo globale ipermediatico e simbolo vivente del riscatto dalla povertà, persona contraddittoria dall’ego smisurato ma anche talento unico e inimitabile della storia del calcio, santo ed eroe e al tempo stesso dannato e ribelle, un uomo capace di trasformarsi ancora in vita in icòna pop e di trascedere quasi, in tal modo, la sua stessa umanità per diventare qualcos’altro (come si sa, in Argentina, in suo nome è stato fondato persino un culto religioso: la Iglesia maradoniana, che nel momento della sua massima diffusione è arrivata a contare oltre centomila fedeli). Mi si perdonino in anticipo i toni probabilmente enfatici, ma scriverei nello stesso modo, forse, se dovessi farlo per Muhammad Ali, magari anche Michael Jordan e Roger Federer, ma poi per nessun altro più. Rispetto a loro, però, Diego ha incarnato il concetto stesso di genio e sregolatezza, di maledettismo epico, come l’ultimo punk rocker possibile in questo mondo ormai morto dentro e dominato da una voglia di apparire spesso vuota e fine a se stessa.

Suo malgrado, Maradona non può essere né sarà mai un uomo comune. Volendo tacere sull’esser stato, infatti, il più grande calciatore della storia del gioco (nonostante se stesso), volendo tacere sulle gioie immense e sui momenti indimenticabili che ha saputo regalare ad almeno due generazioni di appassionati di tutto il mondo, volendo tacere sui tentativi per fortuna andati a male di autodistruggersi con la droga e con gli eccessi, fino a risorgere ogni volta come la Fenice dei miti, non può essere un uomo comune chi s’accompagna quotidianamente con i principali capi di Stato del Sudamerica e si propone negli anni alla guida dei movimenti anti-globalizzazione e a favore dei diseredati. Così, come non può esserlo colui al quale – ancora vivente – sono stati dedicati film (dall’omonimo documentario di un maestro del cinema mondiale come Emir Kusturica a La mano de Dios di Marco Risi, da Amando Maradona di Javier Vázquez al recente Diego Maradona di Asif Kapadia e tanti altri, senza parlare della traccia rossa che attraversa buona parte della filmografia del premio Oscar napoletano Paolo Sorrentino e che, probabilmente, sarà resa ancora più evidente nel prossimo È stata la mano di Dio, attualmente in lavorazione), canzoni (basti pensare soltanto a Santa Maradona e La vida tombola di Manu Chao), libri (imperdibile l’autobiografia Io sono el Diego), fumetti (anche italiani, come il poetico Diego Armando Maradona di Paolo Castaldi), simposi universitari (il celebre Te Diegum nella sua Napoli), ma anche monumenti e stadi (quello nuovo della sua prima squadra, l’Argentinos Juniors, nel quartiere La Paternal di Buenos Aires), fino a trasformarlo – come scritto all’inizio – in inimitabile icòna pop della seconda metà del Novecento.

Per comprendere meglio la dirompente potenza anche comunicativa di Maradona, bisogna sempre considerare che tutto ciò è avvenuto in epoca pre-social, quando i calciatori non erano ancora influencer da milioni di followers su Twitter e non erano onnipresenti sugli schermi televisivi grazie ai canali tematici e a un calcio professionistico ormai diventato una tra le principali macchine da soldi a livello globale, con atleti però troppo spesso ridotti a robot senz’anima manovrati da addetti alla comunicazione, spin doctors e curatori d’immagine sempre pronti a trasformarli in procacciatori di like e, dunque, di denari. Attraversando gli anni Ottanta – decennio centrale, quando si parla delle trasformazioni del mondo contemporaneo – Maradona incarna in sé anche un decisivo punto di svolta per quel che concerne il rapporto tra calcio, calciatori e mondo dei media, del marketing e della comunicazione, facendo segnare anche da questo punto di vista un “prima” e un “dopo”, lungo un processo che ha trasformato ancora di più, nel mondo 2.0 contemporaneo il football professionistico nella più grande cerimonia mediale dei nostri tempi e nell’esempio più compiuto di neo-religiosità laica.

E se il calcio è la religione laica del terzo millennio, allora Diego Armando Maradona può essere considerato il suo dio, con Napoli, oltre che Buenos Aires, come sua cattedrale a cielo aperto. Soprattutto all’ombra del Vesuvio più che altrove, infatti, le tracce del passaggio del Pibe de Oro – sette intensissimi anni tra il 1984 e il 1991 – sono ancora ben visibili e continuano a marchiare a fuoco l’anima stessa della città partenopea, in un intreccio indissolubile tra sacro e profano, calcio e antropologia, mito e identità culturali glocal. A Napoli, infatti, Maradona ha il radicamento più profondo, ancora oggi a quasi trent’anni di distanza dalla sua malinconica partenza notturna dalla città che lo aveva idolatrato oltre misura. In Argentina (dove oggi allena il Gimnasia y Esgrima di La Plata), è comunque amato e odiato, idolatrato come calciatore ma anche discusso per gli errori commessi; a Barcellona, la cultura borghese catalana lo ha respinto quasi come un corpo estraneo; soltanto Napoli, invece, ha saputo immedesimarsi totalmente in lui e nella sua voglia di rivalsa verso i potenti di turno, simboleggiati da rivali calcistiche settentrionali come Juventus, Milan o Inter. A Napoli, più che altrove, Maradona si è fatto dio e simbolo, fino a fondersi con l’architettura stessa della città, come ancora dimostrano i tanti murales presenti su molti muri del centro e della periferia.

Ieri sera, dopo la vittoria del suo Napoli sul campo della Real Sociedad, anche l’attuale allenatore azzurro Rino Gattuso ha voluto mandare i propri auguri a Diego, a conferma di un cordone ombelicale che non è mai stato spezzato con la città e con la società che lui portò a due scudetti, una Coppa Uefa e altri trionfi, riempiendo una bacheca fino a quel momento quasi del tutto desolatamente vuota. La risposta di Maradona è arrivata oggi, dalle colonne del Corriere dello Sport – Stadio, per il quale ha scritto in esclusiva una lunga lettera di ringraziamento in occasione del proprio compleanno, augurandosi un terzo scudetto della squadra azzurra. “Caro Gattuso, vai avanti così: con la tua grinta – scrive il Pibe – e la tua capacità di fare calcio. Faccio il tifo per te e voglio dirti una cosa: c’è gente che si vanta di aver giocato nel Barcellona, nel Real Madrid, nella Juventus. Io mi vanto e sono orgoglioso di aver fatto parte del Napoli. Spero che un giorno possa dirlo pure tu“.

🎂 | Gli auguri di Mister #Gattuso a Diego Armando #Maradona#DIE60

💙 #ForzaNapoliSempre pic.twitter.com/AQjxOq4vi9

— Official SSC Napoli (@sscnapoli) October 29, 2020
Gli auguri di compleanno dell’allenatore del Napoli, Gennaro Gattuso

Il passaggio più bello e struggente della lettera di Maradona, però, non riguarda argomenti calcistici, ma ancora una volta lascia emergere l’unicità del personaggio e, pur con tutti i suoi umanissimi difetti, di un uomo autentico che, a differenza di tante star milionarie del calcio professionistico contemporaneo (primo tra tutti l’influencer Cristiano Ronaldo che pochi giorni fa ha definito i tamponi anti-Covid una cavolata), non ha mai perso il contatto col mondo reale, con quella gente comune che anche per questo continua ad amarlo follemente. “Che regalo mi piacerebbe avere? Niente per me. Vorrei che questa pandemia assassina – scrive Diego per il Corriere dello Sport – se ne andasse via, questo sì. Vorrei che lasciasse in pace tutti e soprattutto quei Paesi e quei popoli e quei bambini tanto poveri da non potersi neppure difendere. Vorrei che qui in Argentina come in tante, troppe, altre parti del mondo fossero sconfitti anche i virus della fame e della mancanza di lavoro che divorano la dignità delle persone“.

E allora, Diego, tanti auguri di cuore per i tuoi primi, meravigliosi e terribili 60 anni. E grazie semplicemente di esistere e di averci emozionati con la tua poesia in movimento e con la tua irredimibile umanità.

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Tags: Ssc Napoli
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