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Home Società

Covid-19 e scuole chiuse, i dubbi di un’insegnante: “La didattica a distanza aumenta le diseguaglianze sociali”

Monica Capo, dell'Istituto comprensivo 'Capasso-Mazzini' di Frattamaggiore: "Ci sarà una generazione che si porterà dietro un gap culturale non indifferente"

Pier Paolo De Brasi di Pier Paolo De Brasi
31 Ottobre 2020
in Società

Si definisce “attivista climatica e ambientale”, ha aderito in maniera totale al Friday for future ed è la portavoce di Teachers for future, la costola del movimento di Greta Thunberg, composta da insegnanti ed educatori e presente in 13 regioni italiane. Monica Capo fa dell’attivismo ambientalista la sua bandiera, anche a scuola. Insegna all’Istituto comprensivo ‘Capasso-Mazzini’ di Frattamaggiore ed è alle prese, come tutti i docenti, con la didattica a distanza, di cui non ha una buona opinione, perché “aumenta le diseguaglianze sociali”.     

Professoressa, quali sono le difficoltà che i giovani studenti incontrano nella dad?
“Le prime difficoltà nascono nell’organizzazione legata agli spazi nelle abitazioni e ai dispositivi. Non tutti i ragazzi hanno stanze ampie o una casa grande per stare più tranquilli, spesso la connessione salta o e molto lenta, alcuni supporti tecnologici sono obsoleti. Poi ci sono disagi legati al vuoto relazionale e culturale in cui i ragazzi sono stati lasciati. Il problema è che in questi sette mesi chi doveva prendere delle decisioni ha fatto ben poco per cominciare l’anno scolastico in presenza e in sicurezza. Ci siamo ritrovati con le scuole senza insegnanti e con i dirigenti che hanno dovuto fare i salti mortali per il rispetto dei protocolli. Non solo, la scuola in Campania è iniziata tardi e siamo ripartiti quasi subito con la didattica a distanza che, nel frattempo, ha cambiato nome in didattica digitale integrata, la quale non potrà mai sostituire efficacemente la scuola in presenza”.

Quali conseguenze, secondo lei, ci saranno per gli studenti?
“Questi ragazzi faranno parte di una generazione che si porterà dietro un gap culturale non indifferente: a distanza fanno la metà di quello che avrebbero fatto in presenza. A questo bisogna aggiungere il disagio sociale, con tanti genitori che sono andati in affanno, soprattutto le mamme. Quelle con i maggiori problemi, che magari lavorano in nero e non hanno i congedi retribuiti, devono scegliere se mettere il piatto a tavola o seguire i propri figli. Molti piccoli studenti non hanno gli strumenti adatti per partecipare alla lezione. Nella migliore delle ipotesi la seguono dai piccoli schermi dei cellulari. I dispositivi tecnologici delle scuole non sono stati distribuiti a tutti e alcuni sono obsoleti, lenti e non riescono a collegarsi alle piattaforme. Quindi, anche se a settembre c’era l’intenzione di incominciare con la didattica, non si è fatto quello che era previsto”.  

Cosa doveva essere fatto?
“Guardi, io prendo in prestito quanto scritto da uno dei massimi esperti in Italia dei nuovi media, Massimo Mantellini: a settembre la scuola avrebbe dovuto essere connessa a internet con linee veloci e simmetriche. Serviva un piano di connettività scolastica finanziato dallo Stato, perché non si è tenuto presente che la maggior parte delle scuole è collegata al web in maniera scadente. Bisognava, inoltre, dare maggiori contributi per l’acquisto di computer o tablet utili alla didattica a distanza e non solo. Infine, c’è da considerare anche l’aspetto formativo: ci troviamo di fronte non solo a genitori che non sono preparati, ma purtroppo anche a insegnanti che non riescono a districarsi con i nuovi sistemi. In questi mesi poche scuole sono riuscite a fare corsi di formazione ai docenti per l’utilizzo corretto delle piattaforme. Non siamo riusciti neanche a realizzare una piattaforma ministeriale unica per la gestione degli ambienti di apprendimento. Il Miur dovrebbe averne una sua e non abdicare alle multinazionali della comunicazione. La dad, quindi, è incominciata peggio di prima. In questi mesi hanno discusso di banchi con le rotelle”.  

Come risolvono le famiglie le problematiche da lei accennate?
“Le risolvono, dove possono, con la solidarietà e il mutualismo. Si organizzano fra di loro: la mamma che lavora porta il bambino o la bambina dall’amica che non lavora e tutti e due i figli seguono la lezione da uno stesso computer. Ma neanche così la situazione è sicura: le scuole devono rimanere chiuse per evitare i contagi, però si consente di portare il proprio figlio in un’altra casa, dove non si conosce com’è la situazione e ci si potrebbe trovare di fronte a persone asintomatiche. Come pure ci sono privati che stanno facendo profitto sui disagi della gente. Invitano, con tanto di manifesti, le famiglie a portare i bambini in sale grandi e in massima sicurezza, con computer e connessione veloce. Laddove si aprono delle faglie nel settore pubblico, il privato ci si infila. Così come vengono sempre più spesso reclutati insegnanti privati per fare lezione a casa. Ma questo lo fa chi se lo può permettere. La didattica a distanza acuisce, dunque, le diseguaglianze sociali. In questo modo il più debole e fragile nella scala sociale sarà sempre tagliato fuori”.

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