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Home Spettacoli Cinema

Torino Film Festival, dalla Campania due piccoli grandi film in gara tra i cortometraggi

Nella sezione "Italiana.corti" il giovane Giovanni Sorrentino porta in concorso il cinema del reale con "'Na cosa sola", mentre l'artista Alessandra Cianelli racconta il rimosso coloniale con "All'aldilàdiqua"

Roberto P. Ormanni di Roberto P. Ormanni
25 Novembre 2020
in Cinema, Spettacoli
Una scena dal documentario "'Na cosa sola" di Giovanni Sorrentino

Una scena dal documentario "'Na cosa sola" di Giovanni Sorrentino

Filmare il reale implica sempre un confine di attesa. Scegliere di attraversare con la macchina da presa una vita o uno spazio comporta quasi necessariamente il dovere di soffermarsi su quella vita o su quello spazio per prestarvi il giusto occhio e orecchio. Non è un caso, allora, se Giovanni Sorrentino, napoletano classe 1985, sceglie di mettere in scena il luogo (o il non-luogo, per dirla con Marc Augé) che più di ogni altro porta con sé il senso topico di sospensione: la stazione ferroviaria. E se poi la ferrovia in questione prende il nome di Circumvesuviana, strada ferrata che collega Napoli a tutta l’area metropolitana vesuviana e secondo i rapporti di Legambiente è la ferrovia peggiore d’Italia, ecco che viene fuori ‘Na cosa sola, cortometraggio presentato oggi in concorso al Torino Film Festival (in streaming su MyMovies e disponibile online per 48 ore) durante la seconda giornata dedicata alla sezione Italiana.Corti.

‘Na cosa sola di Giovanni Sorrentino

Sorrentino, già vincitore nel 2015 per il miglior documentario al Napoli Film Festival con Stay, con il suo nuovo lavoro a produzione indipendente si muove tra i binari e i marciapiedi delle stazioni a lui care raccogliendo, dentro le attese dei treni, stralci di vite di passeggeri in transito sospeso. Tra corse cancellate, ritardi atavici e banchine deserte dove l’erba si infiltra nel cemento, i vagoni dei treni restano, per quasi tutta l’interezza del film, presenze fantasmatiche, spettri assenti. Come sono spettri i volti che il protagonista silenzioso del corto, il casellante Enzo Romano, riconosce nei propri home movies proiettati sul computer del suo alloggio ferroviario. A farsi, invece, strada nella narrazione (scortata dalle musiche originali del producer Luigi Castiello) sono gli individui, donne, uomini e bambini, che dentro i tempi morti delle fermate sperimentano una forma particolare di abitazione dello spazio. Ogni stazione, infatti, diventa abito dei passeggeri, correlativo oggettivo dei loro profili, e i corpi in attesa si fondono nel volto del paesaggio diventando una cosa sola. Una filigrana estetica, quella di Sorrentino, ex-allievo dell’Atelier di Cinema del Reale FILMaP di Ponticelli, che lascia intravedere tanto Pietro Marcello (ringraziato anche nei titoli di coda) e tanto cinema della nuova onda documentaristica italiana (non a caso i tutor di scrittura del corto sono il regista Michelangelo Frammartino e la produttrice-autrice Raffaella Milazzo).

All’aldilàdiqua di Alessandra Cianelli e Opher Thomson

Prevista per oggi, sempre nel palinsesto del festival riservato ai corti italiani, anche la proiezione del secondo lavoro campano in concorso, All’aldilàdiqua, diretto da Alessandra Cianelli e Opher Thomson. Il film, scritto e prodotto dalla ricercatrice e artista napoletana, presentato a Torino in anteprima mondiale, rappresenta l’ultimo tassello di un progetto di ricerca più ampio iniziato nel 2011, a ridosso dello scoppio delle primavere arabe, intitolato Il paese delle terre d’Oltremare. Il percorso costruito dalla Cianelli, ora racchiuso in quello che è a tutti gli effetti un mediometraggio della durata di mezz’ora, prende avvio dalla scoperta di due lettere scritte dal nonno dell’autrice, scomparso in Cirenaica nel 1940, e arriva a focalizzarsi sul complesso espositivo della Mostra d’Oltremare di Napoli (inaugurata nel 1940 per celebrare l’espansione dell’Italia fascista sulle terre d’oltremare e chiusa dopo un mese a causa dello scoppio della guerra) e sulla coscienza coloniale del paese. Il viaggio, sonoro e visivo, del film si muove nell’intersezione tra memorie private e pubbliche e più in generale attorno ai segni di un passato coloniale e post-coloniale sedimentato negli archivi storici ma rimosso sul piano collettivo. Cianelli e Thomson lavorano sull’accumulo in sovrimpressione: sullo schermo, infatti, per tutta la durata del film si sovrappongono i piani di immagine del corpo metropolitano. Ma è proprio dalla dissolvenza dilatata nel tempo che emergono i sensi pregnanti delle inquadrature. L’affastellamento visivo estremo finisce, così, per amplificare la percezione aptica dello schermo enfatizzando la sensibilità dello sguardo: le immagini sembrano acquistare consistenza materica, a volte sembrano bagnarsi, a volte sembrano affogare nel paesaggio, altre volte sembrano offrire al tatto la parete ruvida di un muro. All’aldilàdiqua è un lavoro che vibra nei contorni della rêverie epifanica e che tenta di restituire, a volte assumendo i tratti di installazione artistica, sostanza e voce a un passato ingombrante messo troppo facilmente da parte.

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Tags: torino film festival
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