La pandemia continua a produrre effetti preoccupanti sul sistema socio-economico del Mezzogiorno. È quanto emerge dal rapporto Check-up Mezzogiorno 2020, elaborato da Confindustria e dal Centro studi e ricerche per il Mezzogiorno (Srm), associazione con sede a Napoli collegata al Gruppo Intesa Sanpaolo. I dati del 2020 offrono l’opportunità di capire meglio cosa è accaduto e cosa serve nel breve e nel medio-lungo periodo per limitare i danni e rilanciare lo sviluppo. Innanzitutto, va notato che tutti gli indicatori (Pil, investimenti, export e occupazione) registrano un significativo segno negativo, tranne quelli riguardanti le imprese attive, in moderata crescita. Secondo il report, a pesare sul Pil del Mezzogiorno è soprattutto il calo dell’export, poiché nei primi nove mesi del 2020 si registra una diminuzione complessiva su base annua del 15,6 per cento, contro il meno 12,2 del Centro-Nord. Il settore dove è più marcata la discesa delle esportazioni è quello tessile, col 31,3 per cento, seguito dal manifatturiero (14 per cento). Di contro il Sud recupera parzialmente con la crescita dell’export dei prodotti alimentari, grazie a un 7,2 per cento in più.
Insomma, l’indice dell’economia meridionale continua a scendere. Nel 2020, secondo le stime preliminari, registra un calo di oltre 40 punti rispetto all’anno precedente: è la percentuale più bassa dal 2007. La recessione provocata dalla pandemia nell’anno che sta per finire fa sentire il suo peso al Sud con un meno 9 per cento sull’andamento del Pil. Confindustria prevede, invece, una ripresa del Mezzogiorno per il 2021 e 2022 notevolmente più debole (rispettivamente più 1,2 e 1,4 per cento), se confrontata con quella del Centro-Nord, dove si prospetta un più 4,5 per cento nel prossimo anno e 5,3 per cento fra due.


