Cambiare o annegare: come il ban di Twitter a Trump può plasmare i social network del futuro
Più che dividersi sull'oscuramento del profilo dell'oramai ex presidente Usa, bisogna riflettere sull'importanza che queste piattaforme oggi hanno nel dibattito politico mondiale e chiedersi se, in virtù di tale ruolo, non occorrano regole condivise globalmente
Il 20 gennaio 1914 a Londra, 162 Paesi sottoscrissero la prima versione della Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare. L’idea di un trattato transnazionale sull’argomento nacque a seguito del drammatico naufragio del Titanic,avvenuto due anni prima: si tentò per la prima volta di imporre regole più stringenti per garantire la sicurezza di equipaggi e passeggeri a bordo delle navi che, sempre più grandi e numerose, solcavano le acque di tutto il mondo. Fu l’inizio di un grande cammino che prosegue ancora oggi ma, perché la comunità internazionale si rendesse conto dell’urgenza di una riforma in tal senso, si dovette assistere a una delle pagine più nere della storia della navigazione. Le avvisaglie di tale impellenza, a volerle vedere, c’erano da tempo, a tal punto che nel 1898 lo scrittore Morgan Robertson nel suo racconto Il naufragio del Titan riuscì a ipotizzare una catastrofe analoga a quella del 1912, “azzeccando” parzialmente anche il nome della nave. Preveggenza? No, lettura del presente e delle tendenze di settore unite a uno scherzo del caso. Corsi e ricorsi storici, a distanza di un secolo un punto di non ritorno simile è giunto anche per i social network.
Pur dovendo rispettosamente rimarcare le differenze che intercorrono tra quanto accaduto nelle scorse settimane e un disastro costato la vita a più di 1.500 persone, con i ban di Twitter a Donald Trump le piattaforme su cui condividiamo la nostra vita si trovano sulle soglie di una svolta inevitabile ed epocale, un momento profetizzato molti anni fa, anche in questo caso senza particolari capacità divinatorie, che potrebbe cambiare per sempre le regole della navigazione in internet. Realtà come Facebook, Twitter e Instagram vivono da tempo in un vuoto normativo che è più adatto ai siti per adolescenti che furono che non agli strumenti di comunicazione utilizzati dai principali media e leader politici di tutto il mondo, quali da anni sono diventati. Un sussulto, un parziale risveglio da questo torpore omertoso alla fine c’è stato: l’oscuramento del profilo Twitter del presidente Trump e, in Italia, dell’account del quotidiano Libero, sono passi che, qualsiasi sia la propria opinione personale nel merito, non possono cadere nel vuoto e restare un caso isolato.
È bene precisarlo: personalmente non credo all’ipotesi dellacensura ideologica. Penso sia legittimo che un’azienda privata imponga dei limiti ben precisi al comportamento degli utenti sulla propria piattaforma. È lo stesso principio, sicuramente fallace e migliorabile, che permette di bandire dai social network realtà drammatiche come la pedopornografia. Il problema, semmai, è che ad oggi tali limiti non è ben chiaro dove ricadano, come, quando e su chi vadano applicati. C’è stato bisogno di svegliarsi, un giorno, concinque morti e il Campidoglio di Washington devastato per rendersi conto che l’incitamento alla violenza e la diffusione di notizie false siano anch’essi crimini pericolosi, sia che si consumino sul web sia che avvengano nella “vita reale”.
Un risveglio tormentato, che ha portato con sé polemiche e malumori. Tuttavia, più che dividerci in fazioni sulla legittimità delle azioni della società di San Francisco, a mio avviso dovremmo porci due domande: È giusto che piattaforme private, che hanno dimostrato nel tempo di non essere sempre sorvegliabili (i tweet di Trump, prima di essere cancellati, hanno raggiunto milioni di utenti), giochino un ruolo tanto importante nel dibattito politico mondiale? Se tale ruolo è opportuno o quantomeno inevitabile, non bisognerebbe forse iniziare a interrogarsi sulla possibilità di una legislazione più precisa in merito?
Uno dei tweet pubblicati da Trump a seguito dei disordini di Washington, poi rimosso da Twitter
Se si prende atto dell’importanza fondamentale che i social ricoprono nella vita politica di ogni Stato, si ammette tacitamente il diritto di ogni cittadino di avere accesso a tali piattaforme, e appare di conseguenza altrettanto legittimo che tale diritto soggiaccia a regole chiare, univoche e valide per tutti, così come accade, ad esempio, per la tutela della privacy e dei diritti d’autore. La formula, in questo caso, potrebbe essere quella del regolamento internazionale, sulla falsariga dei regolamenti comunitari in vigore in Europa. Realtà, insomma, già impiegate e ampiamente sdoganate, non nebulose autorità terze, al cui solo nome fronde di utenti già si spendono in improbabili citazioni orwelliane, dimostrando ogni volta come l’autore di 1984 sia allo stesso tempo uno degli scrittori più conosciuti e meno letti della storia della letteratura mondiale.
Altre domande, poi, arrivano inevitabilmente quando si pensa all’attuazione pratica di questi ipotetici regolamenti: salvo assumere qualche milione di ispettori da posizionare giorno e notte davanti a uno schermo, si può ipotizzare di passare al setaccio con degli algoritmi i post dei miliardi di utenti registrati oggi su tutte le piattaforme principali? Si può pensare a un filtro riservato a personalità con profili verificati? Il ritmo incalzante con cui fioccano gli interrogativi ci impone di non perdere tempo e iniziare a sbrigliare questa enorme matassa dell’era digitale, prima che altre persone anneghino navigando tra le perigliose acque di internet.
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