Sono lontani i primi anni Novanta, quelli del dopo Tangentopoli e della cosiddetta “stagione dei sindaci”, dove i primi cittadini rappresentavano la nuova speranza, il riscatto di una politica che sembrava giunta al punto più basso della sua credibilità. I vari Antonio Bassolino a Napoli, Massimo Cacciari a Venezia, Francesco Rutelli a Roma, Leoluca Orlando a Palermo, ma anche i sindaci del nostro territorio, Lello Ferrara ad Aversa e Aldo Bulzoni a Caserta su tutti, seppero riportare le città al centro della discussione politica nazionale, diventando un punto di riferimento e il possibile ricambio generazionale per una classe dirigente completamente spazzata via. A distanza di ventisei anni bisogna ammettere che di quella esperienza resta solo un pallido e nostalgico ricordo.
In questi anni, l’involuzione delle amministrazioni comunali, specie quelle del sud Italia, è stata netta: i sindaci hanno perso progressivamente il loro ruolo guida, fino ad arrivare ai nostri giorni, dove la figura del primo cittadino è stata completamente svilita. Oggi, in virtù dei sempre più magri bilanci, gli esecutivi locali hanno le mani completamente legate. I sindaci sono isolati e hanno perso gran parte del loro potere contrattuale. Oramai sono costretti a limitarsi all’ordinaria amministrazione, e non è detto che ci riescano, non potendo programmare interventi in grado di cambiare le sorti delle loro città.
Nonostante le casse dei Comuni siano pressoché vuote e molti enti locali versino in condizione di dissesto, l’interesse della criminalità organizzata è ancora concentrato sugli appalti pubblici, motivo principale di scioglimento anticipato di tanti Consigli comunali. Uno degli ultimi casi eclatanti è quello di Orta di Atella, dove da anni non si riesce a ristabilire un governo sano e democratico. Potrebbe sembrare un controsenso: da un lato non ci sono soldi per gestire neppure l’ordinario, dall’altro c’è la “guerra” a vincere la gara di turno, a costo di trucchi e illegalità. Evidentemente il tornaconto viene ancora soddisfatto, in barba al tanto decantato “bene comune”. Appalti al ribasso, guadagni garantiti, ma lavori eseguiti al limite della decenza.
Quest’estate, l’Università Ca’ Foscari di Venezia ha snocciolato i dati della crisi finanziaria dei Comuni italiani. Negli ultimi cinque anni sono state attivate 273 procedure di crisi: in 126 casi le città erano in dissesto, in 225 in pre-dissesto. Le difficoltà finanziarie registrate nel quinquennio 2014-2018 toccano il doppio dei Comuni rispetto al lustro precedente: 25 nuovi casi l’anno, in media, invece di 12. Gli enti locali che attualmente hanno una procedura in corso, comprese quelle aperte prima del 2014, sono ben 379. Quasi cinque municipalità ogni cento non riescono a risollevarsi. Lo studio dell’Università mette in evidenza come ci sia una concentrazione territoriale del fenomeno.
Ci sono regioni del Nord senza alcuna amministrazione locale toccata dalla crisi e altre come la Calabria e la Sicilia dove quasi un terzo degli enti è dentro questa profonda difficoltà economica. In Campania si parla di un quinto di Comuni in dissesto o pre-dissesto. Nei cinque anni che vanno dal 2011 al 2015 i bilanci comunali sono stati tagliati di risorse per almeno 12 miliardi e l’evasione delle tasse locali è un bubbone per ogni singolo Comune. Attualmente sono tanti gli enti locali che non sono nelle condizioni neppure di coprire le buche in strada, per non parlare dei servizi alla collettività, diventati una chimera.
Ma perché candidarsi a sindaco oggi? Responsabilità enormi, zero risorse, rischio d’inchieste, popolarità in caduta libera. Cacciari ha definito “folle” chi decide ai giorni nostri di candidarsi alla carica di primo cittadino, lui che in passato ha inciso in quel ruolo. Forse la mancanza di attrazione per una poltrona che scotta (in alcune città italiane è già capitato che non ci fossero cittadini disposti a candidarsi a sindaco), in molti casi può aprire la strada a faccendieri e avventurieri pronti a tutto, non avendo moralità e niente da perdere. Anche per questo un’inversione di rotta è necessaria, così come l’avvio di una discussione franca sulla questione, che interessa tutti. Le conseguenze della debolezza dei Comuni e dell’isolamento dei sindaci alla fine ricadono sui cittadini, che vedono peggiorare sempre di più la loro qualità di vita.