Quello della donazione degli organi è un discorso delicato e per certi aspetti, ancora da sviscerare. Alla base di una diffusa diffidenza nei confronti di questo gesto di inestimabile generosità, c’è forse semplice egoismo, “ignoranza” o probabilmente l’ incapacità di voler leggere i reali progressi della scienza. La superficialità, poi, con la quale spesso si è affrontato nel corso degli anni questo argomento, anche da parte dell’informazione, non ha certo aiutato ad informare in maniera consona e rassicurante, l’opinione pubblica. Le cose, per fortuna, sono profondamente cambiate. Sono passati molti anni da quando si sono sperimentati i primi trapianti. Oggi trasferire gli organi da un corpo che muore ad uno che può continuare a vivere non è più un miracolo, ma una straordinaria opportunità che la scienza offre all’uomo che muore: quella di accendere una speranza in un’altra famiglia, di alleviare il dolore di altre persone, di regalare un futuro a chi un futuro non pensava proprio di averlo. Ogni anno in Italia migliaia di persone vengono colpite da gravi malattie agli organi vitali e per molte il trapianto rappresenta l’unico rimedio. Se consideriamo che da un donatore si possono potenzialmente prelevare due reni, il fegato, il pancreas, i due polmoni, il cuore e le due cornee è chiaro l’enorme contributo che ogni donatore può dare per salvare più vite. Il trapianto per alcuni ammalati, come quelli di insufficienza epatica o cardiaca, è vita. Anche per i pazienti con insufficienza renale, il trapianto è l’unica soluzione per potersi liberare dalla schiavitù della dialisi.
Pur rispettando la scelta di chi rifiuta di donare i propri organi in caso di morte, la società e le istituzioni dovrebbero non restare imparziali, ma essere di parte nel promuovere una campagna “culturale” a partire dal mondo della scuola e della famiglia, per sensibilizzare ogni cittadino riguardo questa scelta.
La legislazione in materia di donazione degli organi
Molto tempo è passato dal primo trapianto vero e proprio, effettuato a Boston, negli Stati Uniti, nel 1954. La trapiantologia è ormai uscita dalla fase pioneristica della sperimentazione ed è da considerare una “terapia” che deve essere assicurata a tutti coloro che ne hanno bisogno.
La vecchia legge 644/1975 in materia vietava il trapianto non solo quando in vita il paziente avesse negato il proprio assenso ma anche in caso di opposizione scritta di un familiare stretto. Anche a colpa di una legge troppo restrittiva, l’Italia ha avuto fino agli anni ’90 il primato europeo in negativo per il numero di donazioni (sia di organi che di sangue).
La nuova legge 91/1999 sui trapianti, invece, ha avuto il merito di semplificare le procedure di espianto degli organi da un corpo di cui sia clinicamente accertata la morte cerebrale. La nuova disciplina (art. 4) limita il potere di veto dei familiari a favore del consenso informato del soggetto defunto: tutti i cittadini maggiorenni devono decidere se prestare o meno il proprio consenso alla donazione, decisione revocabile in ogni momento. La mancata dichiarazione di volontà equivarrà a consenso all’espianto (silenzio-assenso), presunto per ragioni di solidarietà sociale: chi non si esprime diventerà automaticamente donatore. Per i minori, invece, occorre il concorde consenso dei genitori. Oggi, fortunatamente, la situazione (anche se non ottimale) è enormemente migliorata, tanto che nel 2001 il nostro Paese ha registrato la maggior crescita nel numero di donazioni rispetto a tutto il resto d’Europa (secondo i dati del Centro nazionale trapianti): l’Italia, da fanalino di coda in Europa, è diventato un esempio per tutti.

