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Home Società

Covid-19, la psicologa Cirillo: “Il panico è irrazionale, il restare a casa è nuova comunità”

Pier Paolo De Brasi di Pier Paolo De Brasi
15 Marzo 2020
in Società
panico

panico

Il Covid-19 ha sconvolto le nostre abitudini, cambiando radicalmente il nostro rapporto con la quotidianità e con gli altri, siano essi familiari, amici o semplici conoscenti. Come affrontare la novità di una vita in ‘clausura’ ed evitare il panico, quali ‘segni’ lascerà nella nostra mente e nel confronto di ogni giorno con i nostri simili? Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Anna Maria Cirillo, psicologa e psicoterapeuta. La sua esperienza è a disposizione del consultorio familiare di Napoli dell’Istituto “Giuseppe Toniolo” di Studi Superiori, ente fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, con il quale collabora stabilmente da circa vent’anni.

Dottoressa Cirillo, oggi con il Coronavirus ci troviamo in una situazione completamente nuova, che ci ha costretto a modificare la nostra vita quotidiana drasticamente. Quali effetti può avere, secondo lei, tutto ciò sulla nostra psiche?

“Nella sfortuna, possiamo dire che siamo stati anche fortunati. Il fatto che il virus sia scoppiato prima in Cina non lo ha reso un evento imprevisto. È come se ci avesse preparato a tutto quello che, in seguito, è accaduto. Questo non vuol dire che non abbia delle conseguenze. È un pericolo che si aggira nell’aria, che non possiamo vedere, minaccioso, di cui sentiamo parlare molto in Tv. Ciò fa crescere l’insicurezza, l’ansia, quindi il panico e la paura. Tutto questo ci porta a comportamenti irrazionali, come quello della persona che ha sputato al medico mentre attende il suo turno per fare il tampone. L’irrazionalità è dovuta anche a un’incertezza sul futuro molto elevata, che porta allo stremo la tenuta psichica di alcune persone. Ecco, quindi, le code ai supermercati, con la gente scesa di notte per strada. Nei comportamenti irrazionali la paura si trasforma in panico e il panico non è controllabile. Non si riesce a controllare perché si è in balia di qualcosa che non si conosce bene. Ciò è successo anche in chi è tornato dal Nord Italia al Sud, prendendo un treno affollato. C’è la volontà di tornare nei luoghi ritenuti sicuri. La casa, gli affetti familiari, la volontà di non restare da solo. Non si pensa, in preda al panico, al rischio per se stessi e per le persone più care”.

La forzata reclusione in casa può, alla lunga, avere conseguenze?

“Già chiamarla reclusione è qualcosa di negativo. Ma tutto ciò ha una doppia valenza. Avrà conseguenze negative per la difficoltà ad abbandonare gli schemi mentali che ci siamo, nel frattempo, costruiti. Non sarà automatico, una volta terminata l’emergenza, ritornare ad abbracciarci e stare tutti vicini. Abbiamo una memoria delle cose. Ci metteremo un po’ di tempo per uscire e tornare a una vita ‘normale’. Pensiamo ai contraccolpi sugli operatori sanitari, persone allo stremo delle forze e che hanno subito un forte stress. Pensiamo a chi ha perso le persone care in questo periodo. Non ha potuto fare i funerali, non ha avuto quei contatti sociali che servono a elaborare il lutto. I sensi di colpa e l’impotenza che albergheranno in queste persone. L’altra faccia è che ci potranno anche essere conseguenze positive. La reclusione è perdere una libertà. La libertà è anche essere attenti agli altri. Da un egoismo si può passare a un senso di responsabilità verso il prossimo. Tante cose sono cambiate dalla settimana scorsa. Il numero crescente di casi ha cambiato le persone, tese verso una comunicazione diversa, più orientata all’emotività. Il caso più emblematico è la foto della dottoressa stremata che si addormenta sul computer. Una maggiore cultura di affezione verso gli altri è l’esatto opposto di reclusione”.

Quali consigli si potrebbero dare a quanti soffrono più di altri in questa situazione?

“L’ordine degli psicologi ha già pubblicato una serie di opuscoli con diversi consigli. Per esempio, imparare a riconoscere le emozioni come la paura e l’ansia attraverso manifestazioni fisiche. Una risposta del corpo ad alcune dimensioni stressanti aiuta. Se si supera un certo livello diventa panico, se non si supera è un’emozione protettiva. Imparare a riconoscerle perché così riusciamo a proteggerci. Non salgono troppo e non sforano il livello che ci rende irrazionali. Attenersi poi a poche basilari regole. Non ascoltare troppo quello che ci racconta la televisione. Le informazioni negative possono avere effetto deleterio. Non stare fuori dalla realtà e dalla comunità in cui viviamo, ma sottoporsi a stimoli diversi. Avere dei contatti, anche se non usciamo. La tecnologia ci aiuta in questo senso. Parliamo con persone capaci di ascoltare e portare l’attenzione su altri aspetti della vita. Dedicarsi a cose piacevoli, come fare un dolce, giocare con i bambini, parlare con i propri figli e chiedere aiuto se capisci che non ce la puoi fare da solo”.

Dover restare strettamente a contatto con i propri congiunti potrà, come si sente dire spesso, rinsaldare i legami familiari, oppure rischia anche di essere un’arma a doppio taglio?

“Anche qui sicuramente uno dei benefici è la possibilità di stare più tempo a casa. L’importante è avere del tempo di qualità da trascorrere con propri familiari. Può essere una novità piacevole per i bambini più grandi stare con genitori e fratelli, disegnare e giocare con loro. È vero che dall’altra parte ci sono persone per le quali trascorrere più tempo con i figli risulta un impegno notevole, per non lasciarli abbandonati davanti ai videogiochi o sui social. In Cina, in questo periodo, sono stati segnalati molti più casi di violenza domestica e un più alto tasso di separazioni. Lo spazio limitato, tanto tempo a disposizione, la mancanza dell’andare a lavoro possono rappresentare un pericolo. Alla stessa maniera per minori a rischio, non è detto che stare a casa faccia bene. Molti di questi bambini trovano i loro riferimenti nei legami extra-famiglia, ad esempio in chi lavora nel sociale e li segue. Stare a casa, avere contatti con genitori fragili o con mamme in difficoltà perché sole, che hanno il peso della gestione della casa e dell’educazione dei figli, è faticoso in un lungo periodo”.

È la prima volta che le generazioni attuali, soprattutto i più giovani, si trovano ad affrontare una situazione così complessa. Quali meccanismi possono scattare nell’essere umano e nelle comunità in casi simili?

“Alcuni adulti sono in grado di capire prima quali sono i segnali di allarme. Per i giovani è un po’ più difficile. È vero che sul web circola la frase ‘ai nostri nonni è stato chiesto di andare in guerra, a noi di stare sul divano’. Ma per loro è un sacrificio non stare in contatto con gli altri. Sono un po’ le generazioni delle passioni tristi, che non hanno molti desideri o aspirazioni, con una difficoltà a guardare al futuro in maniera costruttiva. Ma ci sono giovani che hanno anche una grande sensibilità. Se uno sa suonare le giuste corde sono anche più sensibili degli adulti. Per alcuni di loro è meglio andare a scuola, perché stare sui social è deprimente. Non è detto che tutti siano irresponsabili. Hanno delle sensibilità, però vanno sollecitati e questo è compito degli adulti. Magari questa situazione ci aiuterà a trovare un nuovo modo per fare squadra e andare alla ricerca di modalità alternative. ‘Io resto a casa’ è anche un messaggio di protezione, per sé e per gli altri, che ci consente di guardare alla comunità e non solo a se stessi”.

 

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