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Home Mondo

Covid-19 all’estero / 1: Parigi, intervista all’insegnante Elvina Russo-Cohen

Diego Del Pozzo di Diego Del Pozzo
22 Marzo 2020
in Mondo

Da qualche giorno, anche in Francia e nella capitale Parigi è esplosa l’emergenza-Coronavirus e, parallelamente, è iniziata a maturare nell’opinione pubblica e nelle istituzioni la percezione esatta della gravità della situazione. Sono tanti gli italiani che vivono Oltralpe, soprattutto nella Ville Lumière. E tra di loro, già da diverse settimane mediamente più informati rispetto ai francesi, perché in contatto con parenti e amici in Italia, la “stretta” del Governo di Emmanuel Macron è stata accolta positivamente, come l’unica strada possibile in questo momento tanto complesso.

Originaria di Succivo nell’Agro aversano, Elvina Russo-Cohen vive a Parigi da quando vi si trasferì nel 2000, dopo essersi laureata all’Orientale di Napoli. Nella capitale francese lavora come insegnante di italiano per stranieri presso il prestigioso Ifm, l’Institut Français de la Mode, ma anche in numerosi corsi municipali promossi dal Comune di Parigi. Mamma di Giulia, una bellissima quindicenne, sposata con l’editore Stéphane Cohen (titolare assieme alla sorella Sandra della casa editrice indipendente Cohen & Cohen, specializzata in libri d’arte), questa nostra connazionale è in una posizione privilegiata per poter raccontare dall’interno com’è la quotidianità in Francia al tempo del contagio da Covid-19.

Dottoressa Russo, innanzitutto, quando è cambiata la situazione a Parigi e nel resto del Paese, rispetto alle sottovalutazioni dei giorni scorsi?

“Il vero cambiamento c’è stato a partire da lunedì scorso, dopo lo svolgimento del primo turno delle elezioni municipali. In serata, infatti, c’è stato il discorso in televisione da parte del presidente Macron, che ha annunciato la chiusura totale di quindici giorni per tante attività e ha utilizzato toni molto seri ed espressioni come ‘Siamo in guerra’. Credo che nei ritardi con i quali la Francia ha affrontato la situazione abbiano contato molto proprio le elezioni di domenica scorsa“.

Com’era in quei giorni, in generale, la posizione dei media?

“In genere, prima dell’annuncio di Macron se ne parlava poco. Davvero sembrava che gli unici veramente informati fossimo noi italiani, perché eravamo in contatto con amici e parenti in patria. Da qualche giorno, invece, l’atteggiamento di giornali e televisioni è cambiato, anche se noto ancora molta differenza rispetto ai toni molto più drammatici che vengono utilizzati in Italia“.

E la vita quotidiana a Parigi? Come si viveva in città fino a qualche giorno fa?

“Tutto continuava a scorrere in modo assolutamente normale, anche se tra la gente iniziava a serpeggiare un po’ di paura, soprattutto per le notizie che arrivavano dall’Italia. Però, a Parigi la metropolitana era affollata come al solito e la gente continuava a spostarsi senza nessun tipo di limitazione, sia per lavoro che per altre esigenze. Io stessa ho continuato a utilizzare la metro per raggiungere le sedi delle mie lezioni fino al venerdì prima delle elezioni. E intorno a me c’era la folla di sempre e avevo netta l’impressione che non vi fosse percezione esatta della situazione. Il sabato che ha preceduto la consultazione elettorale a Parigi c’è stata addirittura una nuova, grossa manifestazione di protesta dei gilets jaunes, i gilet gialli, con folla di partecipanti e conclusione come al solito in pieno centro a Place d’Italie, a poca distanza da casa mia“.

E adesso, invece?

“Il discorso di Macron ha cambiato tutto. Da lunedì 16 le scuole sono chiuse e lo saranno almeno fino al 4 aprile, anche se si è già capito che lo stop verrà prolungato. C’è stata la chiusura di bar e ristoranti, mentre i supermercati funzionano regolarmente, con file per entrare a fare la spesa. Anche la metropolitana funziona regolarmente, perché a Parigi ci si sposta soprattutto così, più che in auto. Credo che adesso, con un po’ di ritardo, la situazione sia come in Italia. Da martedì scorso vige il divieto di uscire, tranne che per recarsi al lavoro e per fare la spesa. Io stessa ho iniziato a fare lezioni da casa e mia figlia non sta uscendo. Mentre mio marito si reca in casa editrice munito di autocertificazione e rispettando tutte le prescrizioni del Governo. Quando va al lavoro, però, Stéphane mi dice che vede ancora tanta gente in strada. Anche qui come in Italia, inoltre, ogni sera alle 20 è nata l’abitudine di affacciarsi ai balconi per unirci tutti in un applauso di sostegno (nel video qui sotto, n.d.r.) a coloro che sono in prima linea in questa battaglia, a partire dai medici e dagli operatori sanitari“.

https://www.ilcrivello.it/wp-content/uploads/2020/03/WhatsApp-Video-2020-03-21-at-20.02.49.mp4


Lei lavora in un settore, quello d
ella moda, che storicamente vive di intrecci strettissimi tra Francia e Italia. Che percezione c’è dell’emergenza in questo comparto?

“Anche tra chi lavora nella moda all’inizio c’è stata un po’ di sottovalutazione. E, soprattutto, sono continuati a esserci contatti diretti tra Italia e Francia. Anche quando i voli sono stati ridotti, c’erano italiani che, per motivi di lavoro, continuavano inevitabilmente a viaggiare tra i due Paesi. Poi, anche qui tutto è cambiato“.

Il sistema sanitario francese che approccio sta avendo nei confronti di questa epidemia?

“Fino a un po’ di giorni fa non si facevano tamponi. E, a mio avviso, ancora oggi se ne continuano a fare troppo pochi. Il problema, però, è proprio di approccio. Io vivo qui da una ventina d’anni e la sanità è gestita in modo molto diverso rispetto all’Italia, anche nelle minime cose e anche, per esempio, nel rapporto col proprio medico di base. I francesi hanno un modo di affrontare la malattia differente rispetto agli italiani. Faccio un esempio che mi riguarda personalmente: anni fa, quando scoppiò quell’altra epidemia, io presi la cosiddetta influenza aviaria, ma quando mi confrontai con la mia dottoressa lei non si scompose più di tanto e trattò il problema come una febbre un po’ più forte. Anche nei confronti della malattia, dunque, si tende a drammatizzare meno che da noi, con tutti i pro e i contro che derivano da questo approccio“.

Anche a Parigi, come avvenuto nel Nord Italia, si sono verificate fughe in massa dalla città verso altre località, dopo il discorso televisivo di Macron. Lei come se lo spiega?

“Secondo me, c’è una differenza sostanziale, che deriva proprio dal diverso modo di vivere che c’è a Parigi rispetto all’Italia. In questa città, infatti, si vive molto all’esterno delle proprie case, si pranza velocemente fuori e c’è un tipo di socialità che, in generale, è sviluppato molto nei vari quartieri che compongono questa metropoli così complessa e affascinante. Le case, anche della medio-alta borghesia, non sono molto grandi e spaziose, proprio perché è il tipo di quotidianità che è differente. Quindi, chi tra lunedì e martedì scorsi è fuggito da Parigi per recarsi nelle proprie case di campagna o al mare, magari dotate di un giardino o di piccoli spazi all’aperto, lo ha fatto proprio in prospettiva di un confino volontario tra le proprie mura, semplicemente per evitare di rinchiudersi per settimane in pochi metri quadrati, facendolo invece in case un minimo più ampie e confortevoli. In generale, dunque, qui in Francia chi s’è spostato da Parigi lo ha fatto con la volontà di rispettare le regole dettate dal Governo“.

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Tags: FranciaParigi
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