Non è bastato un vizio di forma a cancellare le responsabilità di chi ha trasformato il disastro ambientale in un modello di business. A distanza di quasi due anni dal clamoroso annullamento della Cassazione, lo Stato torna a presentare il conto ai fratelli Giovanni, Cuono e Salvatore Pellini. Il Gico della Guardia di Finanza di Napoli ha eseguito un nuovo decreto di confisca che blinda un impero da 204.914.706 euro, accumulato all’ombra della “Terra dei Fuochi”.
La vicenda rappresenta un caso emblematico di resilienza giudiziaria. Nel 2024, la Suprema Corte aveva disposto la restituzione dell’intero patrimonio ai tre imprenditori di Acerra a causa di un ritardo procedurale (un vizio formale nei tempi di deposito). Tuttavia, la Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Napoli non ha mollato la presa: una nuova e capillare indagine patrimoniale, estesa anche ai nuclei familiari, ha permesso al Tribunale di Napoli di riapporre i sigilli lo scorso maggio, arrivando oggi alla confisca definitiva in sede camerale.
Un tesoro costruito sul disastro
L’elenco dei beni sottratti alla disponibilità dei Pellini restituisce l’immagine di un’opulenza smisurata, ritenuta del tutto ingiustificata rispetto ai redditi dichiarati:
- Logistica e Imprese: 8 compendi aziendali operanti tra Napoli, Roma e Frosinone.
- Il parco mezzi: 72 autovetture, 3 imbarcazioni di lusso e ben 2 elicotteri.
- Patrimonio immobiliare: 224 edifici e 75 terreni sparsi in tutto il Centro-Sud (da Latina a Cosenza).
- Liquidità: 70 rapporti finanziari tra conti correnti e investimenti.
«Criminali senza scrupoli»
Le motivazioni depositate il 19 febbraio 2026 dal Tribunale di Napoli usano toni durissimi, descrivendo i Pellini come soggetti dalla “perdurante pericolosità”. Secondo i giudici, i tre fratelli avrebbero asservito le proprie competenze imprenditoriali al “soldo facile”, ignorando deliberatamente le devastanti conseguenze per l’ambiente e la salute pubblica. Nella sentenza viene sottolineato il nesso, ormai più che sospetto, tra lo smaltimento illecito di rifiuti industriali e l’incremento delle patologie tumorali nell’area. Una “grave capacità criminale” che ha avvelenato terreni e falde acquifere, trasformando un intero territorio in una miniera d’oro tossica.