“Calà, l’ultimo filo” in scena a Capodimonte per il “Campania Teatro Festival”
L'opera teatrale scritta da Marco Ciconte e Giusy Mellace vuole essere un omaggio alla storia millenaria e alle antiche tradizioni della Calabria. Il regista crotonese Fanco Eco: "Così ridiamo finalmente luce alla nostra terra"
Nella suggestiva cornice paesaggistica dei giardini di Porta Miano a Capodimonte va in scena in anteprima esclusiva per il Campania Teatro Festival lo spettacolo teatrale Calà, l’ultimo filoscritto a quattro mani da Marco Ciconte e Giusy Mellace, per la regia di Franco Eco. L’opera, scritta e prodotta interamente in Calabria, approda per la prima volta nella città partenopea per omaggiare i miti, la storia e la tradizioni millenarie della terra calabrese, in particolare dell’antica polis greca di Krótōn, l’attuale città di Crotone, dandone un’immagine ben lontana dai soliti luoghi comuni, dagli stereotipi e dal tradizionale folklore.
Calà, la Calabria appunto, una terra bellissima e imponente, lambita dalle acque del Tirreno e dello Jonio, è la protagonista indiscussa del racconto teatrale che ne esalta la sua storia più antica, una storia che si perde tra i racconti della mitologia classica per approdare fino ai giorni nostri. Innumerevoli furono i popoli che vollero conquistarla, scatenando l’ira degli Dèi i quali chiesero alle Parche, figlie di Giove, di tessere il filo del destino di tutti coloro che l’avrebbero abitata. Ogni filo di questa trama appresenta però un ostacolo, un sortilegio amaro, quel fato che ogni abitante di questa terra magnifica e impossibile avrebbe dovuto affrontare con mille difficoltà. Calà è dunque un’anima nera, nasce segnata nel proprio destino, è una terra dove i profili degli uomini si fondono e si confondono con l’aspra selvaggità di un territorio dove tutto rimane deforme e disperso.
Ma Calà è anche la forza della natura, che non si piega alle leggi della civiltà, rimanendo pura e immutata. Eppure una strada per sfuggire al fatalismoimposto dagli Dèi c’è e consiste nel voto di devozione alla Madonna Nera di Capocolonna, un sentimento reale ma inspiegabile che è qualcosa di più profondo di un semplice rito religioso e che affonda le radici nella storia millenaria di questa antico lembo di terra battuto dai venti marini provenienti dalla Grecia. La processione dei fedeli verso il piccolo e meraviglioso santuario di Capocolonna rappresenta dunque un viaggio di salvezza per sfuggire alla maledizione che le streghe della mitologia classica hanno lanciato su questa terra, il cui peccato originale è la sua inafferrabile bellezza. Recidere il filo del male è possibile e lo si può fare solo attraverso la comprensione e il perdono.
A raccontare della genesi dello spettacolo è lo stesso regista e compositore crotonese Franco Eco: “Custodisco dentro di me il teatro con gelosia e mi approccio a esso con la stessa naturalezza con la quale mi dedico alla musica. Sebbene l’immediatezza della rappresentazione scenica sia qualcosa di irripetibile mi sonoadoperato per realizzare un’opera che trae origine dalla sovrapposizione tra regia teatrale e composizione musicale. È stato un duro lavoro, ma il risultato è una rappresentazione che riesce a essere coerente nonostante una trama dai tratti onirici e che tende a offrire allo spettatore una sorta di radiografia dell’ignoto. L’opera drammaturgica si rifà alla tradizione orale calabrese e si staglia sullo sfondo di un vero e proprio paesaggio che è anche e soprattutto sonoro, visto dall’ottica arcana e inspiegabile del rito”.
Il regista si sofferma poi sulla protagonista della pièce teatrale delineandone le caratteristiche salienti: “Calà non è solo una terra dannata e bistrattata ma è anche un personaggio allegorico che non vuole più essere succube del proprio destino, esprimendo i suoi tratti drammatici attraverso la musica e i canti votivi con il chiaro intento di esorcizzare tutto il male nascosto.Mortificata e deturpata Calà tenta di sfuggire a un destino atavico fatto di sofferenze e umiliazioni. La lunga processione di fedeli diretti verso il santuario della Madonna di Capocolonna – prosegue – ha un significato simbolico che va oltre la religiosità del rito in sé. Si tratta di una strada verso il riscatto.Il culto è laico, religioso e pagano al tempo stesso: la Madonna Nera è un’entità religiosa che si sovrappone e si fonde all’antico culto pagano di Hera Lacinia. Viene così messa in scena la riscoperta di quei riti, passati e presenti, che uniscono tra loro genti di epoche differenti. Lo spettacolo si trasforma in un rituale di salvezza e ricostruisce quel legame spezzato tra uomo, divinità e natura in una cornice musicale valorizzata da espressioni in lingua calabrese e arbëreshë”. Quest’ultima, in paricolare, si tratta dell’antica lingua parlata dagli albanesi che emigrarono secoli fa nell’Italia meridionale.
Franco Eco si focalizza poi sugli effetti scenici utilizzati per dare maggiore enfasi alla rappresentazione teatrale: “Il mio intento è stato quello di mettere in risalto quei fili invisibili che legano il destino di tutti gli uomini,per questo a fianco alle tradizionali luci di scena ho sperimentato l’utilizzo delle luci ultraviolette proiettate direttamente sugli attori. Così facendo ho voluto valorizzare la plasticità dei gesti e dei corpi e rendere visibile ciò che è solamente immaginabile, i fili del destino appunto.La materia viene dunque scomposta fino al suo elemento più infinitesimale, e ciò mi ha permesso di esaltare ogni particolarità e singolarità. Spostando completamente ottica e prospettiva sulla scena grazie a questo utilizzo innovativo della luce ho voluto focalizzare l’attenzione dello spettatore su quel filo invisibile che lega i destini degli uomini”.
Il regista crotonese affronta inoltre il tema della ripresa degli spettacoli teatrali dopo il difficile periodo pandemico: “È stato un anno estremamente difficile per tutto il mondo del teatro. L’annullamento degli spettacoli, per ovvie ragioni, non solo ha accelerato la crisi culturale ma ha anche provocato uno sfaldamento del legame tra individuo e società, un rapporto in cui il teatro ricopre un ruolo di collante. Il teatro, infatti, non solo è fulcro di conoscenza ma è anche strumento di consapevolezza e di coscienza del sé”. Eco ribadisce infine il suo legame mai reciso con la sua terra natia sebbene, per esigenze lavorative, sia sempre in giro per l’Italia e all’estero: “Ho sempre avuto un rapporto molto forte e profondo con la mia terra, lì ci sono le mie radici. La Calabria è una terra eccezionale, dalle antichissime tradizioni e dalla cultura millenaria. La nostra regione, ultima pendice peninsulare dell’Italia nel Mediterraneo, è stata da sempre crocevia di popoli e di civiltà diverse, assorbendone le caratteristiche più peculiari. Con Calà – conclude – riportiamo alla luce la nostra storia con un inno al coraggio di lottare per ottenere quella libertà e quella giustizia delle quali abbiamo necessariamente bisogno come l’aria per respirare”.
Questo sito Web utilizza i cookie. Continuando a utilizzare questo sito Web, acconsenti all'utilizzo dei cookie. Visita la nostra Privacy Policy. Accetto