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Home Società

Covid-19, gli effetti delle restrizioni su scuola, giovani e adulti. La psicologa Cirillo: “Più complicato del lockdown”

"Nei momenti difficili chi è fragile diventa più debole", afferma la professionista, e per i bambini "l'apprendimento non passa attraverso il computer, ma tramite le relazioni"

Pier Paolo De Brasi di Pier Paolo De Brasi
17 Ottobre 2020
in Società
restrizioni

Abbiamo incontrato la dottoressa Anna Maria Cirillo, psicologa e psicoterapeuta del consultorio familiare di Napoli dell’Istituto “Giuseppe Toniolo” di Studi Superiori, durante il lockdown per il Covid-19 dello scorso mese di marzo, che ha sconvolto le nostre abitudini e la nostra quotidianità. Ora la ritroviamo in questo periodo di restrizioni, per affrontare i temi delle conseguenze su scuola, giovani e popolazione adulta, dopo l’aumento vertiginoso dei casi di positività che fanno temere un’altra chiusura forzata.

Dottoressa Cirillo, parliamo subito di scuola. Ci sono stati casi, soprattutto fra i più piccoli, di un arretramento delle conoscenze, in particolare per coloro che già prima del lockdown erano indietro. Come fare per recuperare il gap di questi bambini se non c’è una continuità nella didattica in presenza?

“Purtroppo è vero ciò che lei dice. Chi è fragile, nei momenti difficili diventa ancora più debole, addirittura disperato. Bisogna essere consapevoli che l’apprendimento non passa attraverso un computer, ma tramite le relazioni, anche perché crescere ed educare non vuol dire soltanto apprendere le materie. Dobbiamo immaginare che i bambini in difficoltà lo sono anche dal punto di vista relazionale. Molti appartengono a famiglie dove non esiste il computer. Nei quartieri più disagiati di Napoli, in alcuni nuclei familiari, i bambini hanno fatto la didattica a distanza dai cellulari delle loro madri solo se queste mamme erano a casa e se avevano la linea internet. È un danno che si fa ai bambini, oltre a essere una diseguaglianza impensabile nel 2020. Il diritto alla scuola è anche questo. Ci deve essere sempre qualcuno che abbia più competenze rispetto ai genitori del bambino e lo segua anche nella sua crescita emotiva e umana, non solo nell’apprendimento. Chiudere le scuole vuol dire tagliare questa fascia di bambini ed è una cosa della quale dovremmo sentire il peso della responsabilità. Dobbiamo pensare a qualche luogo dove questi bambini possano avere accesso. Ci sono quartieri di Napoli dove operano educatori che accolgono ragazzi disagiati, con tutti i rischi che oggi questo comporta, assumendosi una responsabilità dal punto di vista sociale”.

Per gli alunni che vanno alle scuole superiori è diverso?

“Anche per i ragazzi più grandi non andare a scuola è comunque una privazione. Questo succede anche per quelli non problematici, non solo per coloro che si isolano e si ritirano in se stessi. C’è tutto un mondo sommerso di disagio psichico di alcuni giovani. Sono i cosiddetti hikikomori, un termine giapponese che descrive coloro che stanno chiusi in casa e non hanno alcun interesse nelle relazioni sociali. Non sono pochi, alcuni di questi effetti dipendono dall’uso dei videogiochi. Quelli che, al contrario, trovano piacere nella socialità e nelle relazioni oggi sono le persone che qualcuno definisce irresponsabili o untori, perché gli piace stare con gli altri. È questo il posizionamento attuale: o abbiamo ragazzi che vengono etichettati come irresponsabili, oppure ci sono gli altri, che nessuno vede, e che stanno chiusi dentro, stanno male e quasi beneficiano di queste restrizioni, anzi si sentono autorizzati perché è pericoloso stare all’esterno. Il messaggio da dare a tutti e che è assolutamente legittimo che i giovani vivano questo periodo della loro vita, anche con le restrizioni, socializzando: il problema è come coniugare queste legittimità con una collettività che comunque si deve proteggere”.

Quali sono, in termini di sensazioni concrete delle persone, le differenze fra le nuove restrizioni e il lockdown?

“Per quanto le persone siano apparentemente più libere di fare, ad esempio, una festa di matrimonio con venti invitati, ciò resta qualcosa di impensabile, perché non si tratta in ogni caso di un momento conviviale. È molto complesso stare in questa dimensione, forse ancora più complesso di prima. Coniugare una serie di dimensioni è veramente difficile, perché richiede uno sforzo, a volte anche creativo, che è l’esatto contrario delle restrizioni. In pratica, da una parte viene richiesta una responsabilità ai singoli, alle famiglie e alla comunità; dall’altra, però, questa responsabilità non può essere espressa dalle persone in termini di creatività e quindi diventa una responsabilità limitata, cioè quasi un’obbedienza. Durante il lockdown non c’era una scelta, o meglio l’unica scelta che potevamo fare era proteggerci vicendevolmente rimanendo a casa. In questa apertura con le restrizioni, le dimensioni si moltiplicano in una maniera esponenziale. Sono tanti gli esempi che possiamo fare: uno è la scuola, che all’improvviso chiude perché c’è la classe con il bambino positivo, con i tamponi da fare a tutti i compagni e i genitori che devono stare in quarantena. La difficoltà si moltiplica all’ennesima potenza e alimenta risentimenti anche molto vari, perché c’è chi si arrabbia o si dispera, c’è chi nega tutto e non si mette la mascherina, c’è chi si oppone alle istituzioni. È molto più difficile. Inoltre, ciò che non viene chiesto alle persone è di pensare a delle possibilità, cioè a degli sforzi creativi che si potrebbero attuare”.

sperimentazione vaccino

Cosa intende quando parla di sforzi creativi delle persone?

“Chiediamoci, ad esempio, se è sano per adolescenti o bambini stare chiusi in casa, senza vedere nessuno o, al massimo, dialogare attraverso una piattaforma online, con il rischio di avallare il disagio di quei ragazzi dipendenti dall’uso dei social o dei videogiochi e quindi il loro isolamento. In questo modo si danneggia la crescita emotiva e relazionale di quel bambino o dell’adolescente. Se, invece, scegliamo insieme agli altri le modalità per agire c’è una crescita collettiva di responsabilità, che equivale a non subire passivamente”.

Ma questa crescita di responsabilità lei la vede?

“Siamo lontani purtroppo. Questo è po’ anche lo specchio della società nella quale viviamo. I disagi che oggi stiamo affrontando, la riapertura e tutto quello cui non si è pensato di affrontare prima, ad esempio l’utilizzo dei mezzi pubblici, una delle più importanti forme di contagio, nascono dal fatto che nessuno si è chiesto ‘come ci prepariamo a questo?’. Ma la capacità di poter coinvolgere le persone è qualcosa cui non siamo educati. Ci aspettiamo che la soluzione arrivi dall’alto ed è una soluzione che è sempre la migliore rispetto ad un’altra. Assistiamo, quindi, a delle polarizzazioni che non sono assolutamente la cultura della complessità, dell’includere le persone in una riflessione nei confronti anche di macro-temi come quelli di una pandemia”.  

Un’ultima domanda. Come nasce nella mente delle persone la convinzione che stiamo vivendo una dittatura sanitaria?

“Tutta questa conflittualità che si vede, con termini esasperanti che alimentano negativamente le persone, è una responsabilità che dovremmo prenderci un po’ tutti e forse in primis i media. Non si riflette sul fatto che queste modalità influenzino anche inconsciamente le persone. Ciò che vediamo in televisione, nei talk è violento, perché non ci si pone nei panni di chi sta dall’altra parte, di cosa ascolta e cosa gli arriva. È come se ci fosse uno scollamento. Questo chiaramente alimenta quelle parti della società più fragili e anche emotivamente più primitive, che criticano aspramente le restrizioni. Bisogna stare quindi attenti ai termini che si usano. Lo sforzo comunicativo deve andare verso il buono e non verso l’esasperazione. Forse si dovrebbe parlare di come nella collettività ciascuno può essere una fonte di protezione per l’altro, invece si usa il termine dittatura. Spesso ci sono delle disposizioni, dei consigli da parte dei medici specialisti che sono in contrasto fra loro. Lo sforzo del singolo intelligente dovrebbe essere quello di mettere insieme le diverse posizioni e fare una sintesi. Ma non tutte le persone hanno gli strumenti per fare questo passaggio. Quando si usano determinati termini non si può sapere cosa si scatena, perché c’è panico, paura, ansia. Nelle trasmissioni gira di tutto e le persone si confondono. Quando si parla, si dovrebbe riflettere sul fatto che quella che ascolta è una popolazione varia”.  

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