Covid-19 / La storia di Giovanni Salomone: “Sanità pubblica con gravi carenze, non mi sono sentito tutelato”
Colpito dal Coronavirus insieme alla moglie, il giovane di Orta di Atella ha subito una serie di disservizi. Una gestione del caso che "ha fatto acqua da tutte le parti"
Giovanni Salomone vive a Orta di Atella, in provincia di Caserta, ed è un operatore sociale dell’associazione Jonathan. Ha suscitato interesse la sua lettera a la Repubblica in cui ha raccontato “i giorni di inferno con il Coronavirus in famiglia”. Il palese stato di confusione della sanità pubblica, chiaramente in affanno, è stato evidenziato da Salomone dopo una serie di disavventure vissute, negli ultimi giorni, in prima persona e dagli affetti a lui più cari. La positività al Covid-19, le numerose telefonate all’Asl, senza risposta, e un tampone mai eseguito a sua moglie (sintomatica), ma che all’Azienda sanitaria risultava effettuato. Un guazzabuglio terribile, uno dei tanti casi di disfunzioni e disagi, che quasi sempre rimangono nel totale silenzio, perché non si ha la forza e, spesso il coraggio, di denunciare. In questo caso Salomone questo coraggio lo ha trovato, rendendosi testimone delle difficoltà di molte persone, che finiscono per essere in balìa di un sistema quasi al collasso.
Giovanni, in tutta la sua vicenda cosa le ha fatto più rabbia?
“Lo stato in cui è ridotta la sanità pubblica, che dovrebbe essere patrimonio di tutti. Uno Stato democratico dovrebbe garantire ai suoi cittadini, soprattutto quando ti vengono a mancare le certezze e lotti contro un virus sconosciuto, un servizio efficiente, invece, ti senti abbandonato e hai una sensazione di grosso disagio, perché pensi: ‘Dove stiamo andando?’. Ti assale la paura e sei preoccupato per il futuro delle nuove generazioni. Questa è la cosa che mi fa davvero rabbia. Ognuno ha le sue convinzioni e io mi sono sempre battuto perché i servizi essenziali restino pubblici. Constatare, invece, carenze così gravi proprio in questi servizi ti dà un senso di impotenza. Ciò che viene detto e assicurato da chi ci governa, molte volte, resta retorica vuota, senza un ancoraggio saldo con le vite delle persone”.
Quali sono in particolare, secondo lei, le colpe della sanità pubblica nella gestione del Covid-19?
“Ti accorgi che i medici di base, e ne ho sentito più di uno, nella stragrande maggioranza dei casi non sanno qual è il protocollo. L’Asl ti abbandona completamente, anzi, nel momento che si prende cura di te, ti crea un disagio. Se non avessimo tempestato l’Asl e lo stesso medico di base di telefonate, avremmo aspettato ancora un paio di giorni per fare il tampone. Magari sono tempi plausibili, ma il mio problema è nato dal fatto che il tampone di mia moglie risultava effettuato, mentre ciò non era mai accaduto. Avevano fatto confusione con i numeri di telefono di altre persone. Siamo di fronte a una mistura di assurdità e negligenza. Naturalmente, nella sanità pubblica la cosa diventa molto più amplificata. Si arriva all’ennesima potenza di rabbia e frustrazione, perché riguarda la nostra salute e quella dei nostri familiari. E io mi ritengo più fortunato rispetto ad altri casi peggiori di cui ho letto o che mi hanno raccontato. Un ulteriore elemento, ormai quasi di colore, è quando abbiamo fatto il tampone anche ai due bambini. Sono stati accompagnati entrambi all’Asl da mio suocero. La mattina dopo ci ha chiamato la stessa Asl e ci ha detto che quel giorno mia figlia più grande avrebbe dovuto fare il tampone. Con molta calma e senza scompormi, ho risposto: ‘Guardi che lo ha fatto ieri’. Dall’altra parte del telefono la voce ha affermato con superficialità lo ha fatto ieri. Va bene’, e ha chiuso la comunicazione. Sono rimasto interdetto, perché non ti senti tutelato in una situazione del genere. Io non chiedo la luna. Chiedo un sistema che si prenda cura della persona malata, che soffre. Non è una forma di assistenzialismo. Dovrebbe essere il normale ruolo della sanità pubblica”.
Il sistema di accoglienza e cura per un malato di Covid-19, quindi, per lei non funzionaper nulla?
“Il mio non è né l’unico caso, né il più grave o il più assurdo. Ciò che è capitato a me e alla mia famiglia evidenzia come il servizio pubblico in generale e la sanità pubblica in particolare faccia acqua da tutte le parti. E non è una cosa casuale, ma frutto di molti anni di politiche che hanno portato alla dismissione del servizio pubblico. Questo è un dato di fatto con il quale tutti noi dobbiamo fare i conti. Ti trovi a relazionarti con personale del servizio pubblico che non è formato, è demotivato e si confronta con un’insufficienza di materiali. Subentra, quindi, una sensazione di abbandono che, quando stai male, percepisci in tutta la sua complessità. Ad esempio, ci sono dei numeri ad hoc che la Regione Campania ha messo a disposizione, li abbiamo chiamati almeno trenta volte e per tutte le volte non ha risposto nessuno. Siamo in una fase che, per quanto complicata, non giustifica una cosa del genere. Allora mi chiedo: nei prossimi mesi, quando la situazione diventerà, mi auguro di no, veramente incandescente, che cosa succederà? Forse non è questo il momento per rivoluzionare la logica pubblico-privato o ristabilire l’ordine delle priorità, ma almeno avere un approccio razionale e cosciente del fatto che bisogna prepararsi, perché il contesto, purtroppo, è questo”.
Ma non crede che ci sia anche la responsabilità di chi non fa il proprio dovere?
“Anche in questo sistema così sgangherato ci sono delle persone che fanno le cose per bene. Ad esempio, per noi il pediatra è stato un porto sicuro. Si è calato, per così dire, in una dimensione pubblica ed è andato oltre ciò che fa normalmente. Ma questo si scontra con una gestione complessiva davvero pessima. Scopri poi che questa non è una sorpresa, per colpa di scelte, decisioni e visioni che in questi anni sono andate in tutt’altre direzioni. È quasi diventata una questione culturale. In questa visione complessiva chiaramente c’è anche la dimensione del singolo, che non fa bene il proprio lavoro o che se ne frega. Ecco che balzano agli onori della cronaca più i casi peggiori che quelli positivi. Ma se semini in un determinato modo, raccogli solo le briciole e a sbatterci la testa sono i cittadini”.
Ha ancora fiducia nella sanità pubblica?
“Non è una questione di fiducia o meno. Sono per valorizzare il sistema pubblico perché, come molti, ci avrò ancora a che fare. Da tutta questa vicenda ne esco con la convinzione che il Covid deve essere un’occasione da non perdere. È da mesi che si dice così, quindi mettiamo sul tavolo la questione della valorizzazione del pubblico non solo riguardo la sanità ma anche, ad esempio, per ciò che concerne la scuola. Ci si dovrebbe fermare e pensare che la logica del profitto, in qualche modo, sta mostrando tutta la sua inadeguatezza. Dobbiamo pensare, dunque, a un’alternativa da cui ripartire”.
Questo sito Web utilizza i cookie. Continuando a utilizzare questo sito Web, acconsenti all'utilizzo dei cookie. Visita la nostra Privacy Policy. Accetto