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Covid-19, pronto soccorso al collasso: parla il presidente di “Nessuno tocchi Ippocrate”

Il medico napoletano Manuel Ruggiero, rappresentante dell'associazione nata per tutelare il personale sanitario, spiega: "L'utenza è triplicata, mentre personale e mezzi sono sempre gli stessi e c'è rischio contagio per i malati no-Covid"

Pier Paolo De Brasi di Pier Paolo De Brasi
11 Novembre 2020
in Società
Il presidente dell'associazione Nessuno tocchi Ippocrate Manuel Ruggiero

Il presidente dell'associazione Nessuno tocchi Ippocrate Manuel Ruggiero

Manuel Ruggiero è un medico del 118 a Napoli, ma è anche il presidente dell’associazione Nessuno tocchi Ippocrate, nata per tutelare il personale sanitario aggredito durante l’esercizio delle proprie funzioni. Proprio il servizio del 118 è spesso al centro delle polemiche in questo periodo di emergenza, che ha acuito difficoltà e carenze ataviche, mentre nei pronto soccorso al collasso “ci si trova – spiega proprio Ruggiero – nella complicata situazione di decidere se il malato no-Covid bisogna curarlo, con il rischio, però, che si possa contagiare“.

Dottor Ruggiero, in tempi di Covid-19 qual è la condizione di lavoro del personale sanitario, in particolare del 118?
“Quella che stiamo vivendo è una tragedia annunciata. L’arrivo della pandemia non ha fatto altro che mostrare le carenze strutturali di uomini e mezzi del nostro sistema sanitario. Ha evidenziato una problematica presente da anni. La mole di lavoro è aumentata, i pazienti sono triplicati, ma il personale e i mezzi sono sempre gli stessi. Inoltre, le persone durante la fase 1 credevano ciecamente in noi, con un calo dei fenomeni aggressivi nei nostri confronti. Adesso il fenomeno sta ritornando, come dimostra l’ultima aggressione a un infermiere ieri notte all’ospedale del Mare. A questo aggiungiamo il negazionismo, che fomenta tali atteggiamenti. Tutto ciò non può fare altro che peggiorare la nostra situazione lavorativa. Mi chiedo chi vorrebbe fare oggi questo lavoro, tra rischio aggressioni, rischio contagio e turni massacranti, chi lavorerebbe con le ferie bloccate fino alla fine di dicembre, così come previsto dall’Asl Napoli 1. E in molti, soprattutto infermieri, scappano dall’emergenza per rifugiarsi in situazioni lavorative meno stressanti”.

Molti utenti si lamentano dei ritardi del 118 nei soccorsi. A cosa sono dovuti?
“I tempi di intervento si sono allungati molto. Per ogni intervento Covid dobbiamo andare a casa del paziente, visitarlo e portarlo in ospedale, dove spesso troviamo altre ambulanze ferme in fila fuori ai pronto soccorso ad attendere, come abbiamo visto di recente, anche fino a ventiquattr’ore. Dopodiché sanifichiamo l’automezzo e andiamo a prendere i nuovi dpi: se tutto va bene, quindi, un’ambulanza impiega tre ore per essere di nuovo a disposizione. Inoltre, per la città di Napoli sono a disposizione diciassette ambulanze e quasi la metà del personale in servizio è stato decimato dal Covid. Se manca un medico o un infermiere non vi sono alternative: o c’è qualcuno che fa gli straordinari, con turni massacranti, oppure queste postazioni devono essere soppresse”.

A questo si aggiunge il soccorso ai malati con patologie diverse dal Covid. Com’è la situazione?
“A marzo, noi ci preoccupavamo di portare un paziente Covid al pronto soccorso, per paura di infettare le persone. Adesso, abbiamo paura di portare un individuo che ci chiama per un’altra patologia, perché ormai sono tutti malati Covid. Questo è il paradosso fra la prima e la seconda parte della pandemia. Tutti gli interventi non gravi sono stati rimandati. Le patologie tempo-dipendenti, per esempio gli ictus o gli infarti, trovano difficile collocazione all’interno dei pronto soccorso: ci si trova, quindi, nella complicata situazione di decidere se quel malato bisogna curarlo, col rischio, però, che si possa contagiare”.

Ma non ci sono gli ingressi diversificati?
“Il sovraffollamento non consente, purtroppo, agli operatori del pronto soccorso di creare percorsi diversificati. Sono in grande affanno anche per questo. Ogni persona che entra in un pronto soccorso ha diritto di essere assistita. Se ci sono cento posti ma arrivano trecento persone, tutte e trecento devono essere curate. È un dovere e se non lo fai rischi di essere accusato di omissione di soccorso. Il percorso diversificato dovrebbe esistere, ma data la mole di utenza se esiste non può essere rispettato. Ma non è una colpa attribuibile al personale sanitario, perché se arriva un’orda di persone è difficile collocarle. Abbiamo il dovere di assistere tutti, ma con il rischio che chi non arriva per il Covid si potrebbe contagiare”.

Lei ha parlato di mancanza di personale. Perché in questi mesi non è stato assunto?
“Il primo passo da fare era stabilizzare il personale precario che le aziende sanitarie comunque inseriscono nel conteggio complessivo dell’organico. Successivamente, bisognava emettere bandi di concorso. Non mi pare che nel Sud Italia sia uscito un bando di concorso per nuovi medici e infermieri del 118 o medici e infermieri di pronto soccorso. Questa forse è una scelta aziendale, sulla quale non mi pronuncio, ma c’è necessità di reclutare nuovi medici. Non sappiamo perché non lo si è fatto. Tutti noi che lavoriamo nell’ambito dell’emergenza siamo rimasti basiti da questa scelta di non assumere nuovo personale e non stabilizzare chi già è dentro”.

Considerando quanto dice, quindi, per lei la zona rossa in Campania è necessaria?
“Sì: zona rossa subito, senza se e senza ma. Bisogna abbassare il numero delle persone contagiate, ritornare a una fase di normalità. Come associazione non eravamo nemmeno d’accordo nel riaprire tutto nei mesi di maggio e giugno. Se avessimo chiuso quindici giorni fa si poteva almeno salvare l’anno nuovo con la sicurezza della presenza di un vaccino”.

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Tags: Manuel Ruggiero
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