Per gentile concessione dei diretti interessati, pubblichiamo in anteprima il testo intitolato L’elogio dell’incompetenza, scritto dagli studenti della classe 5a A del Liceo classico “Domenico Cirillo” di Aversa col coordinamento della loro docente di Filosofia e Storia, la professoressa Ida Rotunno. Inserito all’interno di un percorso multisensoriale composto di immagini, suoni, musica e drammatizzazione, il testo – elaborato al termine di un percorso didattico in aula, durante il quale gli studenti hanno letto testi di filosofi contemporanei come Günther Anders, Hannah Arendt, Michel Foucault e altri – viene rappresentato stasera alle ore 20 al “Cirillo” (aula 26, secondo piano) nell’ambito della sesta edizione della Notte nazionale del Liceo classico, in programma oggi dalle ore 18 alla mezzanotte in contemporanea in 436 licei classici di tutta Italia. (d.d.p.)
L’elogio dell’incompetenza
C’è una parola che negli ultimi anni ha conosciuto una curiosa ed esponenziale diffusione: “competenza”. Con la quale altro non si intende che la tecnica, il puro “saper fare”.
Ormai, oggi senza competenze non si va proprio da nessuna parte. Anche a scuola tutto ruota attorno alla conquista delle competenze, per alunni e professori. Pensateci bene, riflettete su quante volte avete sentito pronunciare questa parola o su quante volte l’avete letta, e vi accorgerete di quanto la sua presenza sia ingombrante, invadente e insistente nella nostra quotidianità.
Già da giovanissimi si ha la nitida, concreta, solida impressione che tutto quello che bisogna fare sia l’esser persone competenti. Una volta conseguita la “certificazione delle competenze”, per il mondo odierno possiamo dirci pienamente soddisfatti, persone realizzate. Come se tutto il valore dell’essere umano si riducesse alle sue sacrosante competenze, a quello che lui sa fare.
Negli ultimi anni, l’unico e solo compito della scuola sembra essere quello di educare e formare le future persone competenti che popoleranno il mondo del domani, a tal punto che ci sarebbe da congratularsi con il sistema scolastico di tutti i Paesi civilizzati e industrializzati per la fatica, lo zelo e la dedizione che spendono, quasi ossessivamente, per la conquista delle competenze. Ma chi sono davvero le persone competenti?
L’etimologia evidenzia come il termine “competente” definisca una persona nella misura, adeguata, appropriata e che quindi compete, cioè concorre, con altri competenti, nell’ambito di un sistema dato, cui si uniforma. Il verbo competere deriva dal latino peto, e ogni liceale che si rispetti conosce la differenza tra i verbi peto e quaero: quaero significa “chiedere per sapere”, peto significa “chiedere per ottenere”. Sono due, quindi, le caratteristiche fondamentali di questo campo semantico: la chiusura alla critica del sistema di riferimento (cui, competentemente, ci si adegua) e la prospettiva utilitaristica e materialistica, ereditata dal verbo peto, volta all’ottenere e non al conoscere.
A questo punto, sorge anche naturale e spontaneo interrogarsi su chi ci sia a tutelare lo sviluppo del pensiero critico degli alunni mentre tutti sono occupati ad allenare le loro competenze e il loro pensiero computazionale. L’aggettivo “critico”, per esempio, compare una sola volta nel documento della legge 107 del 2015, la cosiddetta “Buona scuola”, mentre il termine “competenze” figura 106 volte!
“Computazionale”, poi, è un’altra di quelle parole che abbonda nei programmi scolastici e l’attenzione rivolta a coltivare il “pensiero computazionale” – la mera capacità di calcolo – degli alunni è in costante crescita. Accade che, effettivamente, gli studenti si configurino come dei computer, assumendone tutte le caratteristiche che rendono i computer tali: sono macchine calcolanti, a cui vengono continuamente somministrati nuovi compiti, calcoli da eseguire in funzione di questo o quel risultato, questo o quel voto da ottenere, questo o quel credito da guadagnare a fine anno. Perché sì, tutto viene fatto sempre in funzione di qualcosa, per uno scopo: in una società quale quella moderna, che si rivela sempre più preoccupantemente utilitarista, non c’è azione che sia esente dal perseguire uno scopo utile. A questo punto la stessa facoltà di pensare si riduce irrimediabilmente a strumento che si adatta a qualsiasi scopo. Max Horkheimer, esponente della scuola di Francoforte, parla – non a caso – di “ragione strumentale”.
Quello che ne deriva è che la ragione, così come la conoscenza e il sapere finiscono col perdere la loro autonomia e una dignità propria. Essendo la ragione e il sapere, condizionati, dipendenti dai guadagni da conseguire (di qualsiasi natura essi siano), viene sottratta loro ogni libertà e concludono col condannare l’essere umano al ruolo di mero ingranaggio di un sistema fuori dal nostro controllo razionale.
Nel frattempo, il pensiero critico non rientra più all’ordine del giorno. Non si usa chiedere agli alunni di elaborare un’opinione in merito a quello che studiano, non è prassi domandare loro di indagarne i perché, le ragioni, i fini. Così, se non c’è nessuno che solleciti e che stimoli il pensiero critico, spesso e volentieri quello si atrofizza. C’è il rischio, terrificante, che si studi senza comprenderne il perché, e, a quel punto, l’utilità di quanto si è appreso va a confinarsi, mortificandosi, nel voto, in un numero. Si dimentica, così, che il pensiero critico è l’unica arma di cui l’Uomo dispone per identificarsi in quanto tale e costituirsi come persona: per attribuire a se stesso un’identità che sia edificata sui suoi propri pensieri, le sue scelte, le sue passioni. Il pensiero critico, inteso nella capacità di formulare un giudizio proprio, si configura oggi come la mosca bianca della società, una rarità, il distintivo di chi infastidisce il sistema: sono pochi tali “fortunati disadattati”.
Quando si assopisce il nostro pensiero critico, è qualcun altro che pensa e sceglie per noi e a quel punto, noi diventiamo tutti “Signori Nessuno”, che non pensano e sono esseri amorfi, i quali possono prendere qualsiasi forma gli si dica di assumere.
Adolf Eichmann era una persona estremamente competente nel suo lavoro. Peccato che le sue mansioni fossero quelle di organizzare la deportazione degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Davanti alle accuse di aver commesso crimini contro l’umanità, Adolf Eichmann si giustificò asserendo di “aver soltanto obbedito agli ordini”. Essere competenti, obbedienti, saper fare ed eseguire senza saper pensare è la più grave minaccia che possa abbattersi sull’Uomo.
Ora, se questo pericolo non è chiaro, se vi pare di non toccarlo con mano, se gli esempi riportati vi sembrano appartenere a un passato remoto, estraneo e alieno, vi basti pensare allora agli uomini che hanno smaltito illegalmente i rifiuti tossici in Campania pochi anni fa: praticamente qui e ora. Non crediate che si trattasse di uomini usciti direttamente da Scarface o dal Padrino. Sono, per l’ennesima volta, persone ordinarie, normali, banali. Sui volti che hanno avvelenato e martoriato la nostra terra e la loro stessa terra, non troverete nulla di demoniaco o malvagio: non troverete nulla, non troverete altro che vuoto, non troverete Nessuno.
Il vuoto proprio di quegli individui che non hanno né pensiero né coscienza e, dunque, non esistono in quanto tali, non si possono riconoscere in nessuna identità che appartenga loro. Quando Adolf Eichmann si è difeso, affermando che non aveva mai voluto né potuto fare nulla di sua spontanea volontà, è perché, ovviamente, una persona che non pensa è una persona che non può volere nulla di sua spontanea volontà. A quel punto, sostiene Hannah Arendt: “Non c’era più nessuno da condannare o da assolvere”.
Così ci vuole anche la scuola. Lo avevano denunciato già i Pink Floyd nel 1979, con il loro capolavoro Another brick in the wall: c’è un certo modello di didattica, oggi in voga più che mai, finalizzato a produrre nient’altro che mattoni nel muro; applicatori di regole automatizzati, conformi e omologati, che eseguono, giorno per giorno, gli stessi identici gesti meccanici senza più farsi domande, senza interrogarsi sulle ragioni che li spingono o, appunto, sugli scopi verso cui, inconsapevolmente, si dirigono.
Raccapricciante dimostrazione di quanto annidato nel sistema scolastico attuale è la totale mancanza di dialogo educativo e pedagogico che spesso si osserva tra insegnanti e studenti: gli alunni sono sempre meno spinti a interrogarsi sui risvolti pratici di ciò che imparano. Perché, attenzione: non è che la scuola non debba interessarsi della sfera pratica, anzi. Ma stimolare la ragion pratica dei giovani non significa insegnar loro a fare computazionalmente, come le macchine. Significa spronarli ad agire. Hannah Arendt distingue tra il fare, che provvede al necessario per sopravvivere; l’operare, che fornisce all’uomo l’utile; e infine l’agire, la sola attività che metta in rapporto diretto gli uomini tra loro, quella capacità di compiere ciò che è infinitamente improbabile, di dare vita a qualcosa di nuovo.
Azione è, quindi, non qualsiasi attività: oggi in pochi agiscono, le masse si limitano a “fare”. Allora la scuola potrebbe sviluppare pensiero e azione, e la loro coerenza interna, promuovendo in ciascuno l’elaborazione della propria personalità e della propria capacità di dar vita a qualcosa di nuovo. Non è forse questo il nobile compito cui la scuola dovrebbe assolvere?
Sembra, invece, sia in atto una terribile mutilazione che spinge all’annullamento del pensiero critico, a una condizione di dipendenza del pensiero che si tramuta in un’aberrante perdita di umanità. I competenti, gli adattati del nuovo millennio non pensano, non prendono posizione perché sono altri a decidere per loro e sono così sollevati da questo pesante fardello: abitare la radicalità del domandare critico ed elaborare poi criteri autonomi di giudizio costituiscono il presupposto per costituirsi come persone; avere una personalità autonoma rende altamente probabile la coerenza tra pensare e agire. Si tratta di una coerenza autoimposta che pochi sono disposti a seguire; si preferisce essere plasmati, influenzati, guidati pur di non esporsi, di non palesare opinioni discordanti. Si tratta di individui pericolosi perché senza spessore: sono questi i nemici più pericolosi, capaci di macchiarsi della “banalità del male” denunciata a gran voce da Hannah Arendt. Sono volontariamente servi, pur di starsene sicuri nelle loro tiepide case: ma alla resa dei conti, riescono ad addormentarsi la sera, quando si è soli, o meglio, al cospetto della coscienza?
Oggi più che mai sì, ci riescono. Perché la coscienza è accantonata, è sostituita dalle macchine, dai cellulari che illudono di stare sempre in compagnia privandoci della compagnia più importante – quella di se stessi. E nel mondo industrializzato e globalizzato che si profila per il nostro futuro, sembra che il tempo di stare da soli, ad analizzare le proprie azioni, sulle basi della propria coerenza e del proprio autonomo pensiero, si riduca irrimediabilmente. In un mondo affollato da nullità intellettuali e morali, la somma di tutti questi addendi sembra produrre un unico risultato: un’equazione per cui stare con se stessi fisicamente equivale a stare con un signor Nessuno.
Il non essere “Signori Nessuno”, il “saper pensare” presuppone inoltre un altro processo fondamentale, cruciale: quello di immaginare. Quando viene minato il pensiero critico, parallelamente, si colpisce anche la capacità di immaginazione dell’individuo. A quel punto, lo stesso non risulta più in grado di concepire la visione di insieme delle cose e, dunque, delle sue stesse azioni. Agisce, o meglio “fa”, senza immaginarne le conseguenze, semplicemente perché il suo pensiero critico non è capace di elaborarle le conseguenze, o di esserne consapevole, né tantomeno di sentirsene responsabile.
Günther Anders individuava in questa discrepanza tra la nostra capacità di produrre e quella di immaginare, una delle radici del “mostruoso”: qualcosa di molto più banale e ordinario rispetto a quanto suggerisce il termine, qualcosa che non si manifesta necessariamente in eventi straordinari come l’Olocausto e che ha a che fare con quella meccanizzazione del mondo odierno che ci vuole eccellenti applicatori di regole, incoscienti e ciechi davanti alle conseguenze dei nostri stessi gesti. La consapevolezza, però, è da sempre la più preziosa alleata della responsabilità: non essendo consapevoli delle conseguenze di ciò che facciamo ogni giorno, non c’è modo di assumercene la responsabilità.
Così, si contribuisce alla nascita di un mondo di funzionari bendati che avanzano a tentoni, manovrati da fili invisibili che indirizzano i loro stessi passi, stabilendo al posto loro quale direzione debba prendere la loro giornata a scuola, la loro settimana a lavoro oppure, tutta la loro vita. E se diventiamo dei software, programmati per fare, calcolare e obbedire, allora perderemo un’importantissima capacità umana: quella di sbagliare. L’errore – che, nella storia dell’uomo, è stato protagonista – è la virtù per eccellenza dell’incompetente ed è da sempre l’orrore del competente. Ci siamo dimenticati che sbagliando s’impara? Che sbagliare è umano? Macchine-uomini come Eichmann non hanno sbagliato neanche un po’ – obbedendo hanno, paradossalmente, perseverato nella loro competenza: l’errore fatale.
Questo non significa che ogni sbaglio va perdonato, non vuol dire che bisogna sentirsi legittimati a errare o a esser colpevoli. Questo significa solo che, oggi più che mai, occorre rivendicare il nostro diritto di interrogarci criticamente sugli sbagli, sugli errori, sulle colpe. Questo vuol dire che dobbiamo recuperare la guida del nostro agire e dobbiamo essere noi stessi a comprendere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, senza che sia qualcun altro a deciderlo per noi; e dobbiamo ostinarci a farlo, anche quando siamo soli, anche quando c’è qualcuno e anche quando ci sono tutti a zittirci, a contraddirci, a bloccarci, noi abbiamo il dovere di trovare noi stessi e il coraggio testardo di continuare a esserlo. “Prendi tua figlia e insegnale lo splendore della disobbedienza”, diceva Sofocle nella sua Antigone.
Socrate, nel Gorgia di Platone, recita queste parole: “Sarebbe meglio che la mia lira fosse scordata e stonata, e che lo fosse il coro che io ho istruito, e che la maggior parte della gente non fosse d’accordo con me e mi contraddicesse, piuttosto che sia io, anche se sono uno solo, a essere in disaccordo con me stesso e a contraddirmi”. Fu proprio Socrate a teorizzare il concetto di “pensiero”, inteso come “dialogo del due-in-uno”, “dialogo con se stessi”: è proprio Socrate a insegnarci a tener conto di noi stessi e a essere i primi con cui non essere in disaccordo, semplicemente perché quella coscienza che ci abita è da noi inseparabile. È Socrate a spiegarci che ogni volta che muoviamo un passo, che compiamo anche il più piccolo dei gesti, poi ci troveremo, eternamente, a dover convivere con la persona che quel passo ha mosso, ed è davanti a questa consapevolezza che forse anche Eichmann si sarebbe fermato dal compiere i suoi di gesti. È Socrate a illuminare la necessità, il bisogno urgente di un elogio dell’incompetenza davanti al pericolo di incorrere in un mondo popolato da persone competenti e obbedienti alla maniera di Eichmann.
È Giordano Bruno, che ha fatto sfoggio della sua incompetenza definendosi “academico di nulla academia” e “il fastidito”, perché si concesse il fastidio di pensare con la sua testa. È Janusz Korczak, pedagogo polacco che seguì i bambini dell’orfanotrofio che gestiva nel viaggio della morte verso Treblinka. È Giorgio Perlasca, funzionario italiano che, fingendosi console spagnolo, salvò la vita di oltre cinquemila ebrei ungheresi. È Mahatma Gandhi, che ci ha insegnato la resistenza all’oppressione tramite la disobbedienza civile e la nonviolenza. E con loro Rosa Parks, Martin Luther King, Nelson Mandela, Jan Palach, il Rivoltoso Sconosciuto di Piazza Tienanmen, Malala Yousafzai, Julian Assange e tanti altri incompetenti della storia – coloro che, secondo il regime o la verità dell’epoca, stavano sbagliando. No, stavano agendo – mentre miliardi di altri competenti si limitavano a fare.
È così che oggi, prima di qualsiasi altra cosa, bisogna esser tutti ostinati incompetenti. In un mondo in cui per essere adatti sono indispensabili le competenze, occorre non poter essere più felici di essere tutti incompetenti disadattati.
Gli studenti della 5a A del Liceo classico “Domenico Cirillo” di Aversa: Annalaura Altobelli, Graziamaria Carlotta Caggiano, Pasquale Cesaro, Luisa Ciaramella, Angela D’Aniello, Giuseppe D’avanzo, Antonella De Rosa, Aurelia Del Franco, Emanuele Angelo Della Volpe, Vincenza Sara Di Martino, Virginia Fardella, Francesca Felaco, Ines Frattasio, Olga Giordano, Mariarosaria Illibato, Alessandra Mazzarella, Aurora Pisciotta, Viviana Sagliano, Angela Sagliocco, Alice Volpe.
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