Due fatti di cronaca avvenuti in questi giorni a Napoli, apparentemente non collegati tra di loro, impongono una riflessione, ancora una volta (ma in realtà non è mai abbastanza…), sull’importanza della Cultura per il pieno e corretto sviluppo di un determinato tessuto sociale. Mi riferisco, da un lato, all’uccisione del quindicenne Ugo Russo da parte di un carabiniere ventitreenne in seguito a un tentativo di rapina finito nel più tragico dei modi e, dall’altro, alla devastazione della libreria di via Duomo dell’altra notte, nel deserto di un’area della città che, seppur centralissima, deve fare i conti con uno stato di abbandono cresciuto negli anni in modo esponenziale.
Senza lasciarsi andare a sociologismi da quattro soldi, non mi pare però difficile scorgere un trait d’union tra queste due vicende e tante altre della cronaca recente proprio nella mortificazione e sottovalutazione quotidiana che la Cultura (e la maiuscola, qui come più sopra, è ovviamente voluta) deve affrontare nel contesto di un modello di sviluppo, non soltanto napoletano o campano o italiano bensì globale, tutto improntato alla riduzione della complessità dell’esistenza umana a mero dato economico e quantitativo. Quel tristemente noto “Con la cultura non si mangia!“ pronunciato nel 2010 dall’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti, insomma, continua a riecheggiare in modo sinistro ancora oggi, ogni qual volta viene a dispiegarsi, anche al di là degli schieramenti politici, un’azione di governo che abbia come suo obiettivo ideale il rilancio di una nazione che avrebbe invece nel suo patrimonio culturale, artistico e storico-monumentale, materiale e immateriale, fatto di opere d’arte ma soprattutto di persone, sensibilità e intelligenze un proprio punto di forza da valorizzare e trasformare in volano di crescita, individuale e di conseguenza sociale.
Se a 15 anni, quando sono fondamentalmente un ragazzino, decido di prendere una pistola giocattolo e andare in strada di notte per compiere una rapina, la colpa non può essere mia, ma di coloro – siano essi la famiglia o le istituzioni – che non mi hanno mai insegnato che, magari, quella stessa pistola giocattolo avrei dovuto al massimo utilizzarla per giocare con gli amici, persino provando a imitare per gioco – e, sottolineo due volte, per gioco – i personaggi di un’ottima serie tv di genere crime come Gomorra (e, anche in questo caso, sottolineo due volte come la serie in questione non sia un documentario bensì un prodotto di fiction, sì ispirato alla realtà ma filtrandola attraverso l’occhio degli autori e con l’intento, fondamentalmente, di intrattenere il proprio pubblico, come fanno negli Stati Uniti da decenni serie oscure e problematiche come quella ispirata al bestseller di Roberto Saviano). D’altra parte, e torniamo sempre allo stesso punto, se non sono in grado di distinguere tra realtà e rappresentazione finzionale il mio problema è innanzitutto culturale. Ed è su quel problema che lo Stato, fin dagli anni della mia infanzia, dovrebbe intervenire, in modo da farmi crescere più consapevole e padrone di me stesso.
Allo stesso modo, se di notte decido di sfasciare la vetrina di una libreria del mio quartiere e di devastarla per portare via un centinaio di euro scarsi dalla cassa, nonostante questa libreria si sia distinta in anni recenti per i suoi laboratori didattici e formativi rivolti ai bambini di quello stesso quartiere, magari anche a mio fratello o ai figli del mio vicino di casa, la soluzione non può essere di pura e semplice repressione. Se decido di colpire due giovani imprenditori come Anna e Antonio – i titolari della libreria-caffé letterario A&M Bookstore di via Duomo, impegnati tra mille difficoltà in un’attività commerciale che semplicemente commerciale non è, per giunta in una zona di Napoli desertificata di nuovi negozi e luoghi di aggregazione connessi alla Cultura – è evidente che ignoro completamente quale rivoluzionario impatto positivo su di me potrebbe scaturire dalla semplice lettura di un libro.
Ed è su questo punto che le istituzioni dovrebbero intervenire per combattere alla radice i fenomeni criminali: sulla Cultura, sulla scuola, sulla formazione, sul link tra crescita culturale e legalità, attraverso investimenti economici, ma anche di uomini, energie e progetti, con una visione a medio-lungo termine che abbia realmente a cuore il benessere e la corretta crescita dei tanti Ugo Russo che vivono a pochi metri da ciascuno di noi e che, come tutti i ragazzini di ogni parte del mondo, sono pronti ad assorbire come spugne qualsiasi sollecitazione arrivi loro dall’ambiente circostante, sia positiva che negativa. Così facendo, dotandoli degli adeguati strumenti culturali, questi ragazzi capiranno da soli, per esempio, la differenza tra un documentario e una fiction. E si renderanno conto che non ci si può far affascinare da personaggi – reali o di fantasia – che hanno votato le loro esistenze al male e che pagano tutto ciò con ‘non vite’ fatte unicamente di morte, violenza e incapacità di godersi innanzitutto le proprie quotidianità. Questi stessi ragazzi, magari, crescendo decideranno poi di dare una mano ad Anna e Antonio nella loro libreria, guardandosi fieri e felici allo specchio alla luce del giorno, senza più doversi nascondere come ratti nelle tenebre.