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Home Società

L’influenza spagnola, il male dimenticato del primo Novecento

Giuseppe Scuotri di Giuseppe Scuotri
1 Maggio 2020
in Società
spagnola

spagnola

Un rinnovato moto di interesse per le epidemie occorse nel passato ha accompagnato l’imperversare del Coronavirus nel nostro Paese e all’estero. Con la comprensibile naturalezza di chi sente su di sé il peso di essere nel bel mezzo di un evento epocale, innumerevoli giornalisti, scrittori e semplici curiosi hanno cercato e riletto i documenti che ci raccontano di come i nostri antenati abbiano affrontato e superato le grandi malattie del passato. Accanto alla immancabile peste di manzoniana memoria e alla Morte nera del 1348, tracciare un parallelo tra il Covid-19 e la cosiddetta influenza spagnola è stata un’operazione tentata da molti. Una comparazione che risulta ancora più affascinante per la distanza temporale che ci separa dai fatti in esame: il mondo di appena un secolo fa, popolato dai nostri bisnonni, ci appare immancabilmente più vicino e affine alla società attuale rispetto all’Europa del Trecento o del Seicento. Suggestioni a parte, esistono dei punti di contatto tangibili fra le due epidemie? Non moltissimi ma, probabilmente, è possibile utilizzare la nostra esperienza attuale per comprendere meglio alcuni aspetti di quello che avvenne allora.

La spagnola sferzò a ondate il globo per circa due anni, dal 1918 al 1920, descrivendo una parabola completa che, pur potendo analizzare nella sua interezza, non ci ha permesso a distanza di 100 anni, di conoscere tutto ciò che vorremmo sull’argomento. Non è possibile stabilire, ad esempio, quale sia stato il numero esatto delle morti causate dalla malattia: le stime si attestano attorno ai 50 milioni di decessi a livello globale, con ampie oscillazioni sia per eccesso sia per difetto. In Italia, si calcola, morì più di mezzo milione di persone. Il contesto sociale e politico dell’epoca era assolutamente peculiare e diverso dal nostro vissuto recente: quella che si avviava a uscire dalla Prima Guerra Mondiale, infatti, era un’umanità la cui totale fiducia nel progresso che aveva caratterizzato l’Ottocento e la Belle Époque era stata appena messa in discussione. Il mondo stava facendo i conti da meno di un decennio con gli effetti collaterali di un nuovo tipo di modernità e, a causa della Grande guerra, il virus H1N1 infierì su popolazioni già drammaticamente non estranee alla morte dei propri cari e trovò giornali sottoposti a pesanti censure governative.

Fu proprio per quest’ultimo motivo che la malattia acquisì, erroneamente, il nome di “spagnola”: registrata per la prima volta in una caserma degli Stati Uniti e portata in Europa dai soldati americani mandati al fronte, l’epidemia fu pressoché ignorata dalla stampa dei Paesi impegnati nel conflitto, i cui governi temevano una ricaduta sul morale di un’opinione pubblica già pesantemente provata dagli stenti e dalle morti sui campi di battaglia. L’unico Paese che, in virtù della propria neutralità, non impose il silenzio alle proprie testate fu la Spagna, che fu duramente colpita dalla malattia e da cui partivano praticamente tutte le notizie che gli europei potessero leggere sull’argomento. spagnolaLa censura nei Paesi belligeranti era tale che, come riporta Laura Spinney nel libro 1918 – L’influenza spagnola. L’epidemia che cambiò il mondo, Martin Salazar, ispettore generale della sanità, informò l’Accademia reale medica di Madrid di “non aver ricevuto notizie” sulla diffusione del virus in altri Paesi europei. Il contagio, tuttavia, già ampiamente diffuso nelle trincee di tutto il continente, tramite licenze e linee di rifornimento arrivò pian piano nelle retrovie e nelle città, colpendo principalmente i giovani adulti fra i 15 e i 45 anni, che si ammalavano e morivano di complicazioni respiratorie nel giro di pochi giorni.

Un aspetto della spagnola che possiamo, per pura speculazione, ritrovare nel Covid-19 è l’aver messo i suoi contemporanei a confronto col fatto che il mondo fosse diventato irreversibilmente interconnesso: era un’epoca di mobilità intensa, ferrovie e industrie con centinaia di operai, in cui non era più possibile, come in passato, chiudere le porte di una città infetta e circoscrivere il contagio entro mura di pietra. In uno dei pochi paralleli possibili con le vicende dei nostri giorni, la diffusione delle malattie era molto più difficile e i governi furono, in alcuni casi, molto meno inclini alla prudenza nelle prime fasi dell’emergenza. “L’attuale forma epidemica altro non è che una normale influenza – scrive il 20 ottobre 1918 Vittorio Emanuele Orlando, presidente del Consiglio italiano – identica a quella che fu felicemente superata nel 1889/90. Nessun motivo, quindi, di particolare preoccupazione”.

In Italia e nel resto d’Europa le autorità cominciarono molto tardi a parlare del problema, raccomandando piuttosto debolmente ai propri cittadini di osservare regole igieniche più rigorose, di indossare le mascherine protettive e di mantenere un certo distanziamento sociale, proprio come oggi. Quando la situazione si aggravò e teatri, industrie e locali pubblici iniziarono a svuotarsi per mancanza di personale, nel nostro Paese si iniziò a chiamare la spagnola il “morbo crudele”, quasi a voler evitare di nominarla e obliare così il ricordo di una tragedia che si era abbattuta su una popolazione già allo stremo. Fu questo, assieme al dibattito monopolizzato, negli anni successivi, dalle ripercussioni del primo conflitto mondiale, a relegare la spagnola in uno stato di apparente minorità storica rispetto ad altri grandi eventi del periodo, pur avendo in poco tempo mietuto più vittime e coinvolto più Paesi in giro per il mondo della Grande guerra.

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