Dopo quasi vent’anni arriva la verità sull’omicidio di Attilio Mottola, il cuoco di Parete assassinato il 18 ottobre 2005 perché sospettato – a torto – di essere un confidente delle forze dell’ordine. Il tribunale di Napoli ha condannato i tre responsabili del delitto a un totale di 51 anni di reclusione. Il gup Fabrizia Fiore ha inflitto 16 anni a Raffaele Bidognetti, figlio del capoclan “Cicciotto ‘e Mezzanotte” e oggi collaboratore di giustizia, considerato il mandante del delitto; 18 anni a Francesco Di Maio, 57 anni, di Mugnano di Napoli; e 17 anni e 4 mesi a Salvatore Spenuso, 51 anni, di Napoli. Sono state escluse le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi.
Il giudice ha inoltre disposto una provvisionale di 80mila euro per ciascuno dei tre figli della vittima e di 30mila euro per ciascun fratello. I familiari si sono costituiti parte civile con l’avvocato Fabio Della Corte. Gli imputati sono stati difesi dagli avvocati Carlo De Stavola e Carmine D’Aniello.
Il movente e la ricostruzione
Secondo quanto ricostruito dalla procura di Napoli Nord, con il sostituto procuratore Graziella Arlomede, Raffaele Bidognetti, all’epoca latitante, si era rifugiato in un ristorante di Castel Volturno dove Mottola lavorava come cuoco. Proprio da lì, secondo la sua ricostruzione, sarebbe partita la soffiata ai carabinieri che portò a una misura di sorveglianza nei suoi confronti. Ritenendo Mottola responsabile della “soffiata”, Bidognetti ne ordinò l’eliminazione. A eseguire il delitto, secondo le indagini, furono Di Maio e Spenuso, che uccisero Mottola con una pistola calibro 9 Luger. Le dichiarazioni di Bidognetti jr, divenuto collaboratore di giustizia, sono state fondamentali per riaprire il caso e sono state confermate da altri pentiti, portando all’identificazione del mandante e degli esecutori materiali.
Due comunità sotto shock
La morte di Mottola sconvolse le comunità di Lusciano e Parete. Migliaia di persone parteciparono ai suoi funerali. Era padre di tre figli, uno dei quali aveva solo un anno. Per anni il suo nome è stato macchiato dal sospetto infondato di essere un informatore. Oggi, con questa sentenza, viene finalmente riconosciuto come una vittima innocente della camorra.