Un’insegna di riscatto sociale trasformata nel teatro dell’orrore. È il paradosso più stridente emerso dall’inchiesta sui maltrattamenti in cinque centri socio-sanitari tra Casapesenna, Villa Literno, San Cipriano d’Aversa e Trentola Ducenta: proprio la struttura di Casapesenna, simbolo di legalità perché ricavata in un immobile sottratto alla camorra, era l’unica ancora aperta al momento dei blitz dei Carabinieri di Casal di Principe. Le altre quattro avevano già chiuso i battenti a seguito dei controlli dei NAS e dell’Ispettorato del Lavoro.
La svolta dell’inchiesta: il nodo delle omissioni
Oltre alla gravità delle violenze materiali sui pazienti, l’impianto accusatorio della Procura di Napoli Nord mette al centro le condotte omissive dei dirigenti.Chi guidava le cooperative non poteva non sapere. Questa è la tesi degli inquirenti: chi era al vertice avrebbe scientificamente chiuso gli occhi, venendo meno al dovere di protezione e vigilanza e permettendo che le prevaricazioni proseguissero nel tempo.
Le accuse chiave mosse dalla Procura:
- Mancata vigilanza: I responsabili non sono intervenuti per fermare gli abusi noti.
- Tagli e risparmi: Gestione orientata al risparmio economico a scapito della cura.
- Personale inadeguato: Impiego di operatori privi delle qualifiche necessarie.
- Falsificazione: Presunte anomalie nella redazione dei piani terapeutici e nelle relazioni ufficiali.

