Quante e quali connessioni esistono tra il mondo dell’animazione giapponese e la guerra? Più nel profondo, esiste un filo rosso che unisce simbolicamente e ideologicamente gli anime e il periodo bellico della Seconda guerra mondiale? Un occhio superficiale potrebbe rispondere di no; un occhio occidentale soprattutto, il cui retaggio ha ingabbiato le varie sfaccettature e chiavi di lettura dell’animazione nipponica nello slot dei semplici cartoni animati per bambini. Come spiega, invece, Giorgio Messina nel suo nuovo libro Mazinga contro l’atomica. Gli anime giapponesi degli anni Settanta come metafora della guerra (224 pagine, 14 euro, pubblicato dalla casa editrice napoletana CentoAutori nella collana Pop & Cult), questo tipo di media attinge elementi narrativi da ciò che di più vero esiste: le relazioni internazionali tra Stati, le scienze politiche, la sociologia e le strategie militari. In poco più di duecento pagine il saggista delinea nei dettagli il panorama dell’immediato secondo dopoguerra – in quei catastrofici momenti che seguirono lo sgancio delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki – fino ad arrivare a definire anno per anno, per tutto il decennio Settanta appunto, una cronistoria di cosa stava succedendo nella produzione degli anime e nelle televisioni di tutto il mondo.

Facciamo un piccolo passo indietro: ci sono pochissimi dubbi sul successo mondiale raggiunto dagli anime e dai film d’animazione giapponesi, ma è bene fare una piccola introduzione dell’argomento. Il termine anime (アニメ, abbreviazione di アニメーション, resa giapponese del lemma inglese animation) copre tutta quella fascia di media che comprende l’animazione e i film d’animazione, non soltanto giapponesi. Il termine nacque proprio negli anni Settanta, in un processo di nipponizzazione (rendere in lingua giapponese lemmi provenienti da altre lingue tramite prestiti linguistici) che attingeva da altre lingue e culture – inglese, portoghese, olandese, tedesco – per dotare concetti di un significante più ampio e internazionale che fino a quel momento era chiuso al solo Paese del Sol levante. Nonostante la similitudine nei termini con cui si identificavano, però, i prodotti della cultura giapponese erano profondamente diversi da quelli occidentali e in particolar modo, forse, da quelli italiani che, invece, esprimevano spiccati elementi filoamericani.

