Orta di Atella, flash mob in piazza per ricordare i Martiri Atellani
L'evento commemorativo è stato organizzato in piazza Principessa Belmonte dai ragazzi dell'associazione "Go! - Giovani ortesi" e dal circolo culturale "Mario Greco". 78 anni fa il drammatico eccidio che costò la vita a 25 persone innocenti
Giovedì 30 settembre, in occasione del sessantottesimo anniversario dell’eccidio dei Martiri Atellani, i ragazzi dell’associazione Go! – Giovani ortesi, in collaborazione con il circolo storico-culturale Mario Greco, hanno organizzato un flash mob in piazza Principessa Belmonte a Orta di Atella, per commemorare tutte le persone innocenti che persero la vita durante una delle pagine più buie e tristi non solo della comunità ortese ma dell’intero Agro atellano. Durante le celebrazioni i giovani dell’associazione hanno non solo depositato una meravigliosa ghirlanda di fiori sotto la stele in marmo dedicata ai martiri e che rievoca quella che fu una vera e propria “strage degli innocenti”, del cui sangue versato si macchiò impunemente la follia nazifascista, ma hanno voluto menzionare, uno alla volta, tutti i nomi e i cognomi dei cittadini ortesi che persero la vita in quel tragico giovedì di settantotto anni fa, affinché il loro eroico sacrificio per difendere la nostra libertà non venga dimenticato tra le pagine impolverate dei libri di storia.
Dell’importanza della memoria storica ne è fortemente convinto il presidente di Go!Giovanni Sorvillo. “Già lo scorso anno – afferma – ci siamo lasciati con la promessa di commemorare un frammento importante della nostra identità, per fare memoria della strage nazifascista che settantotto anni fa colpì venticinque nostri concittadini e le loro famiglie. Per noi nuove generazioni – prosegue – è fondamentale ribadire il concetto di memoria poiché non rappresenta solo l’immagine di qualcosa che è stato, ma ne fissa nella mente l’idea tangibile, generando cultura, conoscenza e riflessione. Ciò che ci spinge a ricordare è la concezione per cui l’essere umano ha la possibilità, ogni giorno, di abbandonare l’orrore e il terrore per seguire la via della giustizia e respirare il dolce profumo della libertà. Ed è proprio in questo frangente – conclude Giovanni – che le parole di Primo Levi«È avvenuto, quindi può accadere di nuovo» suonano come un monito da consegnare alle future generazioni”.
Il presidente dell’associazione Giovanni Sorvillo
Dello stesso parere è Nicola Liguori, intervenuto con un solenne intervento durante la cerimonia. “Oggi come giovani sentiamo ancora vivo il peso della memoria, per questo speriamo di apprendere e imparare dal passato – afferma – affinché la storia sia nostra maestra di vita, impegnandoci a non commettere gli stessi errori e di farne tesoro. Siamo noi, con le nostre idee, a costruire il nostro futuro ed è grazie alla memoria storica che possiamo imparare a dare valore alle nostre azioni riscoprendo quell’umanità perduta di cui abbiamo bisogno”, ribadisce Nicola. Al termine delle celebrazioni è intervenuta anche Sofia Duraccio che ha ricordato il sacrificio dei Martiri Atellani. “Il 30 settembre del ‘43 – ricorda – fu un giorno funesto per Orta di Atella. Abbiamo il dovere di non dimenticare la violenza, il dolore e le atrocità provocate dal nazifascimo affinché ciò non si ripeta. Non dobbiamo dimenticare – ribadisce – la figura del prof. Achille De Marco, scomparso qualche anno fa e autore del libro Dieci anni, il quale più di chiunque altro ha raccontato con passione la nostra storia. Con lui sono cresciuti tantissimi giovani che si sono appassionati alla nostra cultura. Un ringraziamento finale – conclude – va rivolto al circolo Mario Greco, custode dell’identità atellana”.
L’intervento dei ragazzi dell’associazione
Ma facciamo adesso un passo indietro nella storia per capire cosa accade di così tragico e drammatico settantotto anni fa. L’eccidio dei Martiri Atellani fu una strage nazifascista che si consumò a Orta di Atella, all’epoca Atella di Napoli, alla fine del settembre del 1943. L’esercito tedesco di stanza nell’Agro atellano attuò una feroce rappresaglia contro la popolazione locale dopo che un gruppo di ribelli si impossessò di diversi automezzi dell’esercito occupante facendo sparire la merce trasportata. Furono venticinque, in tutto, le persone che morirono per mano dei nazisti.
Tutto ebbe inizio la mattina del 30 settembre del 1943, quando un ufficiale tedesco, percorrendo a bordo del proprio convoglio l’attuale via Giovanni XXIII nella vicina Frattaminore, si imbattè in un gruppo di partigiani. Il militare, temendo il peggio, abbandonò il veicolo e scappò verso Frattamaggiore trovando rifugio presso una famiglia borghese collaborazionista del regime. Il mezzo cadde nelle mani dei partigiani che lo trasportarono fino all’attuale piazza Principessa Belmonte, a Orta di Atella: qui venne razziato dalla popolazione locale che all’epoca viveva in condizioni di grande miseria. La mattina stessa giunse la notizia, in paese, della cacciata dei nazifascisti da Napoli durante le famose Quattro Giornate; questo evento spinse i giovani ortesi di allora a organizzare un tentativo eroico di ribellione contro le truppe tedesche che controllavano l’Agro atellano.
I ribelli ortesi, galvanizzati dalla liberazione di Napoli, decisero così di passare all’azione, e nonostante i pochi mezzi e le armi a disposizione riuscirono a impadronirsi di un camion tedesco catturando due soldati nemici. I due ufficiali nazisti, però, vennero rilasciati poco dopo mentre il convoglio fu portato al rione Crocesanta dove fu spogliato di tutto ciò che trasportava. Altri due convogli carichi di rifornimentialimentari vennero intercettati e sequestrati dai ribelli i quali provvidero a distribuire cibo e viveri alla popolazione più bisognosa. Tali gesti di ribellione, spinti da un grande amore per la propria comunità e da un forte senso di solidarietà, furono immediatamente segnalati al comando nazista il quale andò su tutte le furie. Gli ufficiali nazisti, accecati dalla vendetta, prepararono così un piano repressivo per schiacciare la rivolta con un’azione di forza ed eliminare fisicamente tutti coloro che li avrebbero intralciati.
La ghirlanda di fiori posta sotto la stele commemorativa
Nel primo pomeriggio di quel fatidico 30 settembre fu inviata una prima truppa dell’esercito in via Chiesa con il compito di riportare l’ordine in paese. Dopo poco giunsero altre divisioni militari di stanza nell’Agro atellano, in totale una cinquantina di uomini in uniforme con croce uncinata sul braccio, i quali iniziarono a perlustrare le strade della città facendo irruzione in quelle che erano considerate le abitazioni dei presunti disertori. Secondo gli ordini impartiti dai gerarchi nazisti al comando della famigerata fanteria della Wehrmacht la popolazione di Orta di Atella doveva essere punita in maniera “esemplare”, pagando a caro prezzo e a costo della propria vita il solo tentativo di aver osato intralciare i piani criminali del Terzo Reich. I militari tedeschi fecero così irruzione nei palazzi abitati dalle famiglie Di Lorenzo, Sorvillo e Greco, tra le più rispettabili e in vista del paese, accusate di cospirazionecontro il regime. L’ordine fu quello di non lasciare prigionieri e di affogare la rivolta in un bagno di sangue.
La furia nazista, implacabile, non si fermò nemmeno di fronte a Dio: le truppe fecero irruzione in chiesa costringendo i padri francescani a nascondersi in convento per evitare la cattura. Furono ore di profondo terrore per tutta la comunità ortese la quale conobbe sulla propria pelle le atrocità della seconda guerra mondiale e dell’occupazione nazifascista. La prima persona a perire sotto i colpi della brutale rappresaglia tedesca fu proprio un uomo di chiesa, Padre Fedele, il quale fu raggiunto da una raffica di proiettili mentre era affacciato a un balcone del convento di San Donato. Il suo corpo tramortì sul suolo della piazza sottostante, senza vita, tra le urla dei presenti. Nel frattempo gli ufficiali tedeschi diedero l’ordine di radunare in piazza tutte le persone catturate sospettate di aver compiuto azioni eversive. Tra loro, però, non c’erano i ribelli ma donne, studenti, lavoratori, anziani, tutti ignari del destino brutale al quale, di lì a poco, sarebbero andati incontro.
Mentre alcune truppe restarono di guardia in città e altre saccheggiarono le case delle persone catturate, una divisione della Wehrmacht armata di fucili fece procedere i prigionieri in cammino con le armi puntate alla schiena fin fuori l’abitato, in direzione di Caivano. Giunti all’altezza di un muro di cinta situato nei pressi dell’attuale strada provinciale, i catturati furono fatti disporre in fila con il viso rivolto verso il muro. Il silenzio di quegli ultimi istanti di vita sembrò durare un’eternità, interrotto solo dal fragore degli spari. I corpi degli ortesi caddero a terra senza vita. Una volta terminata l’esecuzione le truppe tedesche tornarono in caserma lasciando i cadaveri ammucchiati l’uno sull’altro all’ingresso del paese, quasi a fungere da monito: chiunque si fosse azzardato ad alzare la testa contro gli uomini del Führer sarebbe andato incontro a un destino atroce. Uno dei prigionieri, però, il giovane Salvatore Costantino, si gettò a terra un attimo prima degli spari, schivando così i proiettili e fingendosi morto fin quando i tedeschi non andarono via. Fu l’unico sopravvissuto del tragico eccidio.
La lapide commemorativa in piazza Principessa Belmonte
In quel frangente persero la vita venticinque persone, tutte innocenti. Tra le vittime della strage c’erano i giovani studenti Michele Castellano, Oreste Pellino e Daniele Antonio di Salvatore; il farmacista Alessandro Di Lorenzo; l’avvocato Mario Greco; l’ingegnere Guido De Sivo; i sottufficiali dell’esercito Raffaele Guerra e Aldo Lazzarini; l’ufficiale dell’aeronautica Vincenzo Canella; il parroco Gioacchino D’Onofrio; i commercianti Salvatore Romano e Francesco Serra; gli impiegati Vincenzo Castellano e Corrado Greco; gli artigiani Salvatore di Pasquale, Michele Ferrara e Vincenzo Ricci; l’autista Raffaele Spina; l’affittuario Arcangelo Chianese; il bracciante Salvatore Di Simeone; il giardiniere Giovanni Zarrillo; la casalinga Adelaide Organo e gli operai Salvatore Daniele e Massimo Sorvillo.
Per non dimenticare quel tragico evento e lasciare una traccia indelebile nella coscienza del popolo ortese, in piazza Principessa Belmonte è stata realizzata una lapide commemorativa con tutti i nomi dei civili che persero la vita durante l’eccidio. Inoltre un tratto della strada provinciale che collega Aversa con Caivano è stata intitolata proprio ai Martiri Atellani. La storia di quegli ultimi giorni di settembre viene descritta in maniera dettagliata all’interno dell’Atlante delle stragi nazifasciste, a cura dell’Istituto Ferruccio Parri e dell’Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia. Nel 2003 il presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi insignì la città di Orta di Atella con la medaglia d’argento al valore civile in virtù dell’esempio di grande coraggio, di resistenza e di amore per la Patria dimostrato dai cittadini ortesi a costo della propria vita pur di difendere la libertà e la dignità di fronte alla feroce oppressione nazifascista. Infine, a testimonianza di quel drammatico evento storico, nel 2015 i registi Michele Cinquegrana e Concetta De Cristofaro, hanno realizzato il film La via nova che racconta in maniera vivida e palpabile le ultime ore degli innocenti civili ortesi che persero la vita durante una delle pagine più tristi e buie della storia dell’intera comunità.
I ragazzi dell’associazione Go!
(Foto di Vincenzo Veneruso / Grafiche di Michele Artellino)
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