Picchiato a sangue dalla baby gang a Fuorigrotta: identificati tre minori e un maggiorenne
La vittima del pestaggio, un ingegnere 47enne: e stato aggredito martedì scorso davanti alla madre e ai figli. Il fratello Sergio Lomasto, consigliere della X Municipalità, lancia l’allarme alle istituzioni
La violenta aggressione è avvenuta lo scorso 26 agosto a Fuorigrotta, quartiere della periferia occidentale di Napoli. La Polizia di Stato ha identificato e denunciato quattro giovanissimi: si tratta di tre 16enni e un 17enne, sono ritenuti i responsabili del pestaggio ai danni dell’ingegnere Raffaele Di Giacomo, 47 anni, fratello del consigliere della X Municipalità di Napoli, Sergio Lomasto.
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L’uomo, che si trovava in auto con i figli e l’anziana madre, era stato aggredito all’incrocio tra via Giambattista Marino e via Gonzaga, nei pressi del McDonald’s. Secondo la ricostruzione, Di Giacomo avrebbe dovuto frenare bruscamente per evitare un ragazzo che si era lanciato in strada a bordo di uno scooter. La manovra avrebbe provocato la caduta di un altro giovane, passeggero di un secondo ciclomotore che seguiva l’auto. A quel punto il 47enne, sceso dal veicolo per sincerarsi delle condizioni dei ragazzi, sarebbe stato circondato e colpito con calci e pugni da un gruppo di sei giovani, a cui si sarebbero aggiunti anche altri coetanei sopraggiunti poco dopo. Il pestaggio ha avuto gravi ripercussioni: Di Giacomo ha riportato la frattura del setto nasale, un trauma cranico e lesioni a un occhio che hanno provocato il restringimento del campo visivo.
Sulla vicenda è intervenuto con forza Sergio Lomasto, fratello della vittima e consigliere municipale della X Municipalità, che ha affidato alle pagine di Fanpage.it un duro monito: “Napoli sta vivendo un momento straordinario di rilancio turistico e culturale, riconosciuta a livello mondiale. È inimmaginabile che, nello stesso tempo, i cittadini debbano temere di uscire dopo le 21, quasi costretti a un coprifuoco imposto dalle baby gang. Rivolgo un appello al Prefetto e alle istituzioni tutte: non possiamo più limitarci a registrare queste aggressioni. Serve un piano straordinario di sicurezza, ma soprattutto un patto educativo forte, che restituisca ai giovani regole, valori e speranza”.
Il fenomeno delle baby gang è oggi al centro del dibattito pubblico, soprattutto dopo gli episodi di violenza che hanno coinvolto giovanissimi in diverse città italiane, Napoli in primis. Spiegarne le cause non è semplice: si tratta infatti di un fenomeno multifattoriale, in cui si intrecciano aspetti psicologici, sociali e culturali.
L’adolescenza è l’età in cui più forte è il bisogno di costruire la propria identità. Quando famiglia, scuola o comunità non riescono a offrire punti di riferimento solidi, il gruppo dei pari — in questo caso la gang — diventa il principale luogo di riconoscimento. I membri si percepiscono come “simili”, trovano sostegno emotivo e si definiscono attraverso un senso di appartenenza collettiva. Molti giovani che entrano in questi gruppi vivono una condizione di solitudine e abbandono, frutto di rapporti familiari fragili o di comunità incapaci di integrarli. Per alcuni, l’adesione alla baby gang rappresenta un modo per colmare un vuoto affettivo e per compensare la mancanza di modelli positivi. Non va sottovalutata la componente caratteriale. Alcuni ragazzi con tratti di forte estroversione o impulsività cercano emozioni forti e situazioni adrenaliniche: la sfida e il rischio diventano per loro una forma di affermazione. Per molti ragazzi, le azioni illegali diventano un linguaggio: un modo per ottenere riconoscimento, affermarsi nel gruppo e allontanare il senso di marginalità. In quartieri segnati da povertà economica e carenze educative, la baby gang diventa spesso l’unico spazio in cui sentirsi “forti” e visibili.
Prevenzione e responsabilità collettiva
Il fenomeno delle baby gang non può essere affrontato solo sul piano repressivo. Serve un’azione corale che tenga conto delle radici emotive e sociali: un lavoro educativo e preventivo che coinvolga scuola, famiglie, istituzioni e comunità locali. Senza strumenti di sostegno e inclusione, i giovani continueranno a cercare risposte in gruppi che, invece di salvarli, finiscono per trascinarli ancora più ai margini.
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