“Tutto il mondo è un palcoscenico e gli uomini sono soltanto degli attori, che hanno le loro uscite e le loro entrate. E ognuno, nel tempo che gli è dato, recita molte parti“. (William Shakespeare)
“Tutto il mondo è un palcoscenico e gli uomini sono soltanto degli attori, che hanno le loro uscite e le loro entrate. E ognuno, nel tempo che gli è dato, recita molte parti“. (William Shakespeare)
Apparire, in questo tempo, ha una valenza maggiore dell’essere. L’immagine è la prima cosa che si “spende” nel contattare l’altro. L’essere è l’identità della persona, la sua intima natura, ciò che si è; l’apparire è il mettersi in vista, sembrare, ma anche mostrarsi. Viviamo in una società, in cui conta più l’apparire rispetto all’essere o, meglio, dove l’essere coincide con l’apparire? Apparendo come o meglio di altri, forse ci sentiamo meno soli, o credendoci migliori, ci illudiamo e ci costruiamo una maschera, in cui crediamo veramente. Ma alla fine, la vita presenta il conto mettendoci in condizioni di riflettere e capire come effettivamente andrebbe vissuta.
Apparire significa mostrarsi agli altri e, dunque, essere accettati, ammessi, legittimati al bisogno d’amore. Così inizia quel lungo e doloroso percorso, che conduce al travestimento per la recita di un copione. Inseriti in un determinato contesto, ci assegniamo una maschera, obbligandoci a muoverci secondo schemi ben definiti, che accettiamo per convenienza, senza avere mai il coraggio di rifiutarli, anche quando contrastano con la nostra natura. Sotto la maschera, il nostro spirito freme, ma lo freniamo per non urtare contro i pregiudizi della società, o per la nostra tranquillità. Ma, a volte, capita che l’anima, istintiva, esplode, facendo saltare ogni pudore o freno inibitorio. Allora la maschera si spezza e siamo come un violino stonato, come un attore che recita sulla scena una parte del copione che non gli è stata assegnata.
Potremmo definire tutto ciò malattia sociale? Certamente sì. L’uomo è un essere sociale, ha bisogno di essere accettato, amato e stimato; l’inversione di tendenza può essere attuata con il riscoprire tutto questo ed accettarlo. Chi ha tutto, ma non è, può perdere, in un solo istante, tutto ciò che ha. Chi è, ma non ha niente, può avere tutto ciò che vuole. Il vero potere dell’uomo è nell’essere non nell’apparire. Valgo perché sono, non perché appaio.
In rete dilaga una forma, quasi patologica, di narcisismo e la cultura dell’apparenza. La società odierna è l’era del narcisismo, che attribuisce una grande importanza al successo, al denaro, all’apparire, al mostrarsi sicuri di sé e capaci in ogni situazione. E se non lo sei, diventi oggetto di ‘squalifica sociale’, o additato come poco carismatico e sconfinato nel calderone dell’anonimato. E nell’apparire, slogan tanto caro ai conformisti e agli ‘omologati’ di cui la comunità è piena, l’egotismo individuale e collettivo, amplificato dai social, emerge con forza e collude con il ‘narcisismo’. Non il narcisismo perverso e patologico come disturbo di personalità, ma il narcisismo ‘sano’, che nasconde una debole natura dell’individuo di presentarsi per quello che non è, a mo’ di maschera.

Come non dare ragione a Luigi Pirandello il quale afferma in Uno, nessuno e centomila, “che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”? Finti volti e campioni dell’ipocrisia, che sotto mentite spoglie si presentano come individui virtuosi, affabili e portatori di ‘sani’ valori. Dalla maschera alla rete come specchio narcisistico: il culto dell’immagine è tutto ciò che conta. In rete e con la diffusione dei social, il fenomeno è dilagante e il concetto di ‘maschera’ è ben spiegato. Basta volgere lo sguardo su Facebook, Instagram, Twitter e dintorni, per scovare molti personaggi che mostrano una facciata che poco rispecchia il loro vissuto quotidiano.
Quindi, lungi dai benpensanti, che si celano nei mille volti e nelle maschere, bisogna ricordare una massima di Cesare Pavese in cui afferma: “conta ciò che si fa e non quello che si dice”. Difficile da applicare nei rapporti di circostanza, coltivati nel digitale, in cui tutto rimane in superficie come una bolla di sapone.
Il Grande Gatsby è stato un romanzo molto famoso e di grande spicco nel ‘900 della letteratura americana. Quattro versioni cinematografiche ne hanno dato il giusto valore. La più nota è quella del 2013, con Leonardo Di Caprio nell’interpretazione di Jay Gatsby. L’opera è di straordinaria grandezza e abbraccia temi, che racchiudono tutto ciò che è stato il mito americano e la sua dissoluzione. Il grande Gatsby è una porta, che si apre in un sottoscala, dove si celano risposte, verità, messe da parte per non inquinare l’immagine che Gatsby ha creato di sé. Leggendo un romanzo del Ventesimo secolo, sembra che il tempo per certi aspetti si sia fermato. E Scott Fitzgerald ha creato quest’opera per disgregare il mondo delle apparenze, dietro cui ci si nasconde.
L’incomunicabilità, la difficoltà nel creare rapporti stabili, la difficoltà a provare sentimenti, non sono a noi temi tanto estranei. Dietro Gatsby e tutti i personaggi che fanno parte del romanzo, si cela la realtà che è ben diversa da ogni apparenza. Si rincorre la voglia di apparire, come se valesse più di ciò che siamo. Condividere la propria nuova immagine di sé è, oggi, la parola chiave.
Un qualunque pensiero, dal più allegro al più triste, viene pubblicato. Ma perché lo facciamo? È diventato un luogo comune, ormai lo fanno quasi tutti, lasciando andare l’importanza che ha l’individualità, nella speranza, forse che condividere un sorriso ci renda più felici, o che condividere un momento di tristezza ci renda meno soli.
Alfonso Santoro – Editore de Il Crivello.it
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