L’utilizzo della metafora bellica applicata alla pandemia da Covid-19 non mi entusiasma più di tanto e, anzi, ritengo che in questo periodo se ne stia abusando, spesso per solleticare strumentalmente istinti non proprio nobili in parte della popolazione. Però, stavolta mi permetto di usarla anch’io, poiché gli eventi di questo periodo storico rischiano di avere conseguenze pesantissime e oggi, purtroppo, ancora non chiaramente calcolabili sulle fasce più deboli della società. Mi riferisco, in particolar modo, ai bambini; soprattutto a quelli costretti a vivere in contesti di disagio familiare.
Come in tutte le guerre, infatti, coloro che di solito pagano le conseguenze più drammatiche in momenti come quello attuale sono gli ultimi e i derelitti, quelli che hanno minori strumenti culturali ed economici a disposizione e che, già normalmente, nelle loro quotidianità devono convivere con situazioni estreme e condizioni rese appena più sopportabili grazie al lavoro di assistenti sociali, educatori, psicologi e di tutti quegli operatori impegnati nei servizi sociali e, in particolare, in servizi alle famiglie come l’educativa domiciliare, i centri per le famiglie, i consultori e la mediazione familiare.
In questo periodo di forzata reclusione in casa, col sacrosanto obiettivo di fermare la diffusione del virus e poter ritornare al più presto a una socialità piena e realmente goduta, i disagi maggiori sono vissuti indubbiamente proprio da chi fino a poche settimane fa necessitava come l’aria di questa rete di protezione sociale, primi tra tutti quei bambini che crescono in ambienti degradati. Immaginate soltanto per un attimo quale inferno debba essere per una ragazzina o un ragazzino vivere chiuso in uno spazio angusto e privo di sbocchi fisici all’esterno, con intorno a sé situazioni di disagio familiare fatte di abbandono e sciatteria o, spesso, persino di violenza (fisica ma anche psicologica) senza poter usufruire del supporto di quell’educatrice o di quell’educatore che, per un paio di ore al giorno e due-tre volte a settimana, fino a un po’ di tempo fa ne arricchiva le giornate e le riempiva di quel calore umano e di quegli stimoli indispensabili per la vita di ciascuno di noi e, ancora di più, per chi si trova ad attraversare la delicata età della crescita e della propria formazione personale.
Va precisato che, in Italia, i servizi sociali rivolti alle famiglie, all’infanzia e all’adolescenza non sono considerati “livelli essenziali di assistenza”, come invece è per quelli sanitari e socio-sanitari. Quindi, in seguito ai decreti governativi anti-virus e al conseguente lockdown, la prima categoria di servizi è stata inevitabilmente sospesa, poiché per la normativa italiana non rientra tra quelli considerati urgenti ed essenziali, con tutte le gravi conseguenze che tale scelta porta con sé per quelle famiglie che vi facevano, invece, affidamento per la gestione delle proprie complesse e spesso drammatiche quotidianità. I Comuni si stanno muovendo in ordine sparso e senza una regia unica, per tentare di intervenire almeno in quelle situazioni di grave e conclamato stress familiare, ma purtroppo la confusione in questo momento è grande in tutta Italia, sia per le famiglie che per gli operatori.
Ben vengano, dunque, in questi giorni le misure di sostegno concreto, finalizzate innanzitutto a far mangiare quelle famiglie che non hanno più i mezzi economici per poterlo fare da sole. Ieri anche la Regione Campania ha presentato il proprio piano-monstre da 604 milioni di euro, dei quali ben 272 a supporto delle politiche sociali. E misure simili sono state previste qualche giorno fa anche dal Governo. Tutto ciò va senz’altro benissimo, per carità. Per evitare di raccogliere le macerie quando questa situazione finirà, però, a tali misure andrebbe affiancato anche un piano razionale e coerente di interventi urgenti per poter consentire agli operatori del terzo settore di poter tornare a operare, in sicurezza per se stessi e per gli altri, in tutte quelle situazioni di disagio sociale che, altrimenti, se lasciate a se stesse rischiano di incancrenire e di produrre, sul medio-lungo periodo, conseguenze peggiori del Covid-19.
Vi sono, comunque, amministrazioni comunali in Campania e nel resto d’Italia che, anche sulla spinta delle specifiche competenze e sensibilità dei propri responsabili del welfare, stanno mettendo in campo iniziative certamente meritorie. In tale direzione, per citare un caso virtuoso, va per esempio la misura varata ad Aversa dall’assessore alle politiche sociali Ciro Tarantino, che (dopo aver attivato già da qualche settimana un servizio di supporto domiciliare gratuito) s’è fatto promotore, nella riunione della giunta comunale presieduta dal sindaco Alfonso Golia un paio di giorni fa, di una serie di significative azioni a favore delle persone affette da disabilità intellettive e autismo, alle quali – in doverosa deroga alle norme vigenti e con modalità organizzative coordinate dal Comune – sarà consentito “l’accesso al parco cittadino ‘Pozzi’ e agli spazi della fattoria sociale ‘Fuori di zucca’, in autonomia o accompagnate da un familiare, da un caregiver e/o da un volontario“.
L’esempio del Comune di Aversa sarà probabilmente seguito anche da altre amministrazioni locali. Magari, però, forse adesso i tempi sono maturi per iniziare a guardare oltre e ampliare il raggio degli interventi da mettere in campo, coinvolgendo – perché no? – anche i bambini e le bambine che vivono in situazioni di particolare disagio familiare. Si parla tanto, in questi giorni, della cosiddetta passeggiata genitore-figlio, per permettere ai più piccoli di uscire un po’ di casa. C’è stata anche tanta confusione nella comunicazione istituzionale da parte del Governo, mentre in Campania il governatore Vincenzo De Luca è subito intervenuto con toni netti, dicendosi contrario a un possibile allentamento della “quarantena”. E, allora, perché non coinvolgere proprio gli educatori e gli operatori impegnati nei servizi alle famiglie, per riallacciare il filo del rapporto con i minori da loro assistiti portando “in esterni” tali servizi approfittando anche dell’arrivo della Primavera e del clima più adeguato? Ovviamente, il tutto andrebbe coordinato secondo un calendario preciso, scegliendo luoghi idonei ed evitando qualsiasi forma di possibile assembramento. E, naturalmente, il tutto andrebbe realizzato utilizzando i necessari strumenti di protezione per gli operatori e per i minori (a partire dai guanti e dalle mascherine). Però, forse, una “passeggiata” così strutturata potrebbe davvero servire per riaccendere nelle vite di tante bambine e di tanti bambini quella luce che in queste settimane, non soltanto a causa del virus, è stata improvvisamente spenta.