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Home Società

Lotta al Covid-19, di cosa si occupano le Unità speciali di continuità assistenziale (Usca)?

Pier Paolo De Brasi di Pier Paolo De Brasi
8 Aprile 2020
in Società
Unità di crisi

C’è un protocollo unico per tutte le Asl della Campania per la gestione della cura domiciliare dei pazienti sospetti e Covid-19 positivi? In teoria sì, in pratica ognuna fa per sé. O meglio, ogni Asl parte da una procedura di carattere generale che poi attua sul territorio secondo le disponibilità di mezzi, personale, strutture o, magari, privilegiando l’uno o l’altro organo chiamato a realizzare il protocollo. Prendiamo come base il percorso di presa in carico domiciliare del paziente sospetto o Covid-19 positivo messo in campo dalla Asl di Caserta. Per attuare il protocollo l’azienda sanitaria casertana ripartisce le competenze fra organi già esistenti e organi creati ad hoc per l’emergenza Coronavirus. Tra i primi elenca il gruppo informatico, il Servizio di epidemiologia e prevenzione/Unità operativa di prevenzione collettiva (Sep/Uopc), i medici distrettuali e i medici di medicina generale. Gli organi creati ad hoc sono i team Covid-19 territoriali, le Unità speciali di continuità assistenziale (Usca) e l’info point medico-telematico.

Il dubbio della possibilità di una sovrapposizione delle mansioni nasce subito dopo la lettura degli organi impiegati nel protocollo e si rafforza quando l’Asl elenca le funzioni di ognuno di essi. I team Covid-19 territoriali raggruppano più distretti sanitari contigui e “sono costituiti da specialisti ambulatoriali delle diverse branche (cardiologia, pneumologia, radiologia, infettivologia)” e altre. Si va nel vago quando l’Asl parla delle Usca che “integrano e supportano l’attività dei team, assicurando flessibilità al funzionamento dell’apparato e fornendo rapide risposte alle esigenze emergenti”, senza spiegare né come, né soprattutto chi.

Il secondo organo in costante contatto con i team è quello composto da Sep/Uopc e medici distrettuali, i quali “nell’ambito della sorveglianza dei contatti asintomatici e dei rientri” segnalano “i casi sospetti alla prima comparsa di sintomatologia”. Ai medici di base, infine, è riconosciuto il “compito di assistenza primaria e di conoscenza della storia clinica del paziente” e per tale ragione “svolgono un ruolo fondamentale e insostituibile nel contenimento del contagio e attivano il team per la gestione condivisa dell’assistito, appena venuti a conoscenza dell’aggravamento di sintomatologie lievi”.

C’è un’altra particolarità nel protocollo redatto dall’Asl di Caserta. Nella parte in cui si parla del “funzionamento del sistema”, con la descrizione della modalità di presa in carico del paziente e della gestione domiciliare del caso, non sono mai citate le Usca. Cioè le Unità speciali di continuità assistenziale, quelle che dovrebbero affiancare il team di specialisti, sembrano non avere un compito effettivo, concreto. Perché?

Infine, per terapia domiciliare “discussa dal team di specialisti, sentiti eventualmente gli specialisti che abbiano già il paziente in trattamento per pregresse patologie” e con il medico di base cui è affidato il compito di “prescrittore finale della terapia in quanto del governo clinico del proprio assistito”, l’Asl di Caserta elenca i farmaci da utilizzare: tra essi vi è l’idrossiclorochina, meglio conosciuta come Plaquenil.

 

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