Economia in crisi: Confesercenti, nel 2022 spariti due negozi ogni ora
Continua il trend al ribasso nel settore del commercio. Secondo Confesercenti nel 2022 sono nate solo 22.608 nuove attività mentre hanno definitivamente chiuso oltre 43 mila
Prosegue il trend al ribasso nel settore del commercio al dettaglio in Italia. Tante le attività commerciali che chiudono mentre il numero di realtà create da zero è in decisa flessione. Creare un’impresa è un sogno sempre più difficile da realizzare: nel 2022 sono nate solo 22.608 nuove attività, il 20,3% in meno del 2021. Un numero del tutto insufficiente a compensare le oltre 43 mila imprese che hanno abbassato per sempre la saracinesca, e che fa chiudere l’anno con un bilancio negativo per oltre 20 mila unità, per una media di oltre due negozi spariti ogni ora.
Questi i numeri emersi dalle elaborazioni condotte da Confesercenti sui dati resi disponibili dalle fonti camerali. Secondo lo studio, il numero di chiusure è in linea con quello rilevato negli anni pre-pandemia, mentre il dato delle aperture del 2022 è il più basso degli ultimi dieci anni. “La desertificazione delle attività commerciali – sottolinea Confesercenti – colpisce tutto il territorio nazionale, anche se a registrare i saldi peggiori sono le regioni con un tessuto commerciale più sviluppato“.
In termini assoluti, a registrare la perdita più rilevante è la Campania, con un saldo negativo di -2.707 negozi; seguono, a stretta distanza, il Lazio (-2.215) e la Sicilia (-2.142). Si rilevano perdite importanti anche in Lombardia (-2.123), Piemonte (-1.683), Toscana (-1.479), ed Emilia-Romagna (-1.253).
Anche se, in termini relativi, la perdita peggiore è quella registrata dalle Marche, dove il calo percentuale delle imprese del commercio attive, rispetto al 2021, è del -8,8%: quasi una su dieci. Seguono Friuli–Venezia Giulia (-4,7%) e Molise (-4,4%). Tra chiusure e mancate aperture, il numero di negozi di vicinato al servizio della comunità è calato, rispetto al 2012, del -14,3% circa. Nelle province autonome di Trento e Bolzano, ormai, ci sono solo 6,9 imprese del commercio ogni mille abitanti; in Friuli–Venezia Giulia 7,8, e in Lombardia 8,4. Nelle regioni del Sud il tessuto del commercio resiste un po’ di più, in particolare in Campania (19,7 imprese ogni mille abitanti), Calabria (18,7) e Sicilia e Puglia (entrambe con 15,1).
“La ripartenza post-pandemia non è riuscita a infondere nuovo slancio alle piccole imprese del commercio al dettaglio. Aprire una nuova attività di commercio di vicinato, in un mercato crescentemente dominato da grandi gruppi e giganti dell’online, è sempre più difficile: ed i neoimprenditori, semplicemente, rinunciano, come evidente dal calo delle nuove aperture, inferiore addirittura all’anno della pandemia” – spiega Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti – “A rischio c’è il pluralismo del sistema distributivo e il servizio ai cittadini: proprio l’anno della pandemia ha dimostrato il valore della rete dei piccoli negozi – dagli alimentari alle edicole – per la popolazione“, prosegue De Luise, secondo cui “occorre aiutare le piccole superfici di vendita a inserirsi nel mercato e a restarci. Innanzitutto, puntando di più sulle politiche attive, a partire dalla formazione imprenditoriale e dal tutoraggio delle start-up da parte delle associazioni di categoria“. “Ma servirebbe – conclude – una spinta anche sul piano fiscale, con un regime agevolato per le attività di vicinato“.
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