“Il direttore di un grande museo o di un festival non è semplicemente una persona che sviluppa dei programmi e aspetta che il Governo o la Regione diano i finanziamenti”. Per capire come la pensa Mauro Felicori basta leggere questa frase. Riassume tutta la sua creatività e una rivendicazione: quella di aver portato nel suo lavoro un “atteggiamento imprenditoriale”. Dal 2015 al 2018 direttore generale della Reggia di Caserta, in seguito, e fino al febbraio di quest’anno, commissario della Fondazione Ravello, ora assessore alla cultura nella giunta di Stefano Bonaccini in Emilia Romagna. Le esperienze in Campania gli hanno permesso di conoscere la nostra terra e per tale ragione il focus sui ‘Testimoni di terre campane’, dopo Antonello Velardi, prosegue con la sua intervista.
Ci dà un giudizio sugli anni trascorsi in Campania, prima a Caserta e poi a Ravello?
“Caserta è stata per me un’esperienza entusiasmante. La prima lezione che ho imparato è che se i beni culturali in Italia producono molto meno di quanto potrebbero, in termini di ricchezza, lavoro e promozione della cultura, tutto questo in Campania è ancora più vistoso. Nella regione campana i beni culturali potrebbero essere gestiti molto meglio di quanto non siano e potrebbero generare valore, lavoro, diffondere cultura. Per esempio, potrebbero fare molti più visitatori. Alla Reggia di Caserta, in quasi tre anni ne abbiamo quasi raddoppiato il numero. Continuando quel lavoro di promozione avremmo potuto proseguire nel trend di crescita. Se Versailles fa sette milioni di visitatori, non vedo perché non possa farli la Reggia di Caserta. Ma c’è ancora tanto da discutere. A partire dalle polemiche sul fatto che il numero dei visitatori non è rilevante sul giudizio del bene culturale. Sono polemiche sciocche. Se il compito costituzionale di noi operatori della cultura è di diffondere la cultura stessa, allora c’è bisogno che le persone vadano nei musei. Ravello, invece, è stata un’esperienza più complessa. Lì il problema non era tanto qualificare il festival come tale. Mentre la Reggia che ho ereditato era mal gestita, il festival Ravello era un ottimo festival dal punto di vista artistico, ma mancavano tutta una serie di elementi di contorno. Ad esempio, il festival di Ravello potrebbe contribuire, più di quanto fa, alla crescita turistica della costiera nelle stagioni intermedie. In più, è un festival che dovrebbe qualificarsi anche sul lato sociale. Penso di aver lasciato un bel messaggio con il programma La meglio gioventù, un invito a tutti conservatori italiani ai quali abbiamo messo a disposizione la fama di Ravello per le nuove leve della musica. Diciamo che Ravello è in una condizione socio-economica più forte di quella di Caserta, ma esprime minore vitalità. Inoltre, resta insoluta la grande questione dell’auditorium. Doveva servire proprio a sviluppare il turismo internazionale. Bisognava affidarlo a un’agenzia del segmento degli eventi, della congressistica, per portare un turismo dei congressi, un turismo ricco e internazionale. Tutto questo non è stato fatto e quindi l’auditorium è poco utilizzato. Comincia a dare segni di degrado. Anziché essere una risorsa sta diventando un costo”.

