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Home Inchieste

Testimoni di terre campane #2 / Mauro Felicori: “In Campania manca l’atteggiamento imprenditoriale nella Pubblica amministrazione”

Pier Paolo De Brasi di Pier Paolo De Brasi
3 Giugno 2020
in Inchieste
imprenditoriale

“Il direttore di un grande museo o di un festival non è semplicemente una persona che sviluppa dei programmi e aspetta che il Governo o la Regione diano i finanziamenti”. Per capire come la pensa Mauro Felicori basta leggere questa frase. Riassume tutta la sua creatività e una rivendicazione: quella di aver portato nel suo lavoro un “atteggiamento imprenditoriale”. Dal 2015 al 2018 direttore generale della Reggia di Caserta, in seguito, e fino al febbraio di quest’anno, commissario della Fondazione Ravello, ora assessore alla cultura nella giunta di Stefano Bonaccini in Emilia Romagna. Le esperienze in Campania gli hanno permesso di conoscere la nostra terra e per tale ragione il focus sui ‘Testimoni di terre campane’, dopo Antonello Velardi, prosegue con la sua intervista.

Ci dà un giudizio sugli anni trascorsi in Campania, prima a Caserta e poi a Ravello?
“Caserta è stata per me un’esperienza entusiasmante. La prima lezione che ho imparato è che se i beni culturali in Italia producono molto meno di quanto potrebbero, in termini di ricchezza, lavoro e promozione della cultura, tutto questo in Campania è ancora più vistoso. Nella regione campana i beni culturali potrebbero essere gestiti molto meglio di quanto non siano e potrebbero generare valore, lavoro, diffondere cultura. Per esempio, potrebbero fare molti più visitatori. Alla Reggia di Caserta, in quasi tre anni ne abbiamo quasi raddoppiato il numero. Continuando quel lavoro di promozione avremmo potuto proseguire nel trend di crescita. Se Versailles fa sette milioni di visitatori, non vedo perché non possa farli la Reggia di Caserta. Ma c’è ancora tanto da discutere. A partire dalle polemiche sul fatto che il numero dei visitatori non è rilevante sul giudizio del bene culturale. Sono polemiche sciocche. Se il compito costituzionale di noi operatori della cultura è di diffondere la cultura stessa, allora c’è bisogno che le persone vadano nei musei. Ravello, invece, è stata un’esperienza più complessa. Lì il problema non era tanto qualificare il festival come tale. Mentre la Reggia che ho ereditato era mal gestita, il festival Ravello era un ottimo festival dal punto di vista artistico, ma mancavano tutta una serie di elementi di contorno. Ad esempio, il festival di Ravello potrebbe contribuire, più di quanto fa, alla crescita turistica della costiera nelle stagioni intermedie. In più, è un festival che dovrebbe qualificarsi anche sul lato sociale. Penso di aver lasciato un bel messaggio con il programma La meglio gioventù, un invito a tutti conservatori italiani ai quali abbiamo messo a disposizione la fama di Ravello per le nuove leve della musica. Diciamo che Ravello è in una condizione socio-economica più forte di quella di Caserta, ma esprime minore vitalità. Inoltre, resta insoluta la grande questione dell’auditorium. Doveva servire proprio a sviluppare il turismo internazionale. Bisognava affidarlo a un’agenzia del segmento degli eventi, della congressistica, per portare un turismo dei congressi, un turismo ricco e internazionale. Tutto questo non è stato fatto e quindi l’auditorium è poco utilizzato. Comincia a dare segni di degrado. Anziché essere una risorsa sta diventando un costo”.

Cosa manca alla Campania per fare il salto di qualità, non solo dal punto di vista della cultura e del turismo?
“Manca la volontà di iniettare al sistema culturale pubblico e, in generale, alla Pubblica amministrazione un atteggiamento imprenditoriale. Il direttore di un grande museo o di un festival è come un imprenditore, un capitano di impresa. Non è semplicemente una persona che sviluppa dei programmi e aspetta che il Governo o la Regione gli dia i finanziamenti. La Reggia è stata in grado, durante la mia gestione, di procacciarsi alcuni milioni all’anno di maggiori entrate. Queste entrate possono essere reinvestite e produrre ulteriore ricchezza. C’è la mentalità sui beni culturali che sono un costo per la collettività, ma i finanziamenti dello Stato non devono essere il punto finale. Devono essere una piattaforma da cui partire per darsi degli obiettivi di sviluppo. Nel caso di Ravello è difficile immaginare che il festival, come tale, possa avere più entrate, però è facile immaginare, con un atteggiamento imprenditoriale, che possa produrre più ricchezza per gli albergatori, i bar, i ristoranti o nei restauri dei beni culturali del territorio. La Fondazione Ravello, oltre al festival, gestisce anche Villa Ruffolo, che può crescere, così come la Reggia di Caserta. Manca anche il sostegno a chi cerca di portare lo spirito imprenditoriale”.

A tal proposito, ha trovato differenze fra le province di Caserta e Salerno nella gestione, organizzazione e apertura della classe dirigente?
“Posso dire che non ho trovato nell’ambiente politico locale, né a Caserta, né a Ravello, quel sostegno che mi sarei aspettato. Il motivo? Penso che questo stile imprenditoriale che io ho cercato di diffondere non faccia parte dell’atteggiamento prevalente delle classi dirigenti locali. Non mi stupisco di questo. È una cultura anche nuova che faticherà ad affermarsi, ma non voglio criticare nessuno, descrivo un fatto. Mi rendo anche conto che per posizioni innovative come le mie non è facile trovare un largo consenso. Ricordo, fra le esperienze negative di Caserta, che quando volevo aprire nella peschiera una scuola di vela e canottaggio di altissimo livello, il consiglio comunale espresse il suo dissenso all’unanimità”.

Lei ha ricevuto delle critiche, a volte anche eccessive. C’è rimasto male?
“Ho ricevuto critiche dai sindacati sul fatto che lavoravo troppo, le critiche riguardanti l’importanza del numero dei visitatori, le polemiche secondo cui avrei trasformato la Reggia in un luna park. Ci sono rimasto male quando le polemiche erano totalmente infondate, come questa del luna park o dei matrimoni, dove non è mai stata in pericolo la massima tutela della Reggia. Ognuno può rendersi conto che la Reggia aveva tanti problemi tranne quello che ci fossero delle iniziative improprie. Del resto, come dico a me stesso, non puoi pretendere di fare una rivoluzione e avere il consenso di tutti. Penso che faccia parte del mio approccio innovativo il fatto di suscitare tante opposizioni. L’unica cosa che conta, per me, è che la critica sia fatta in modo onesto, senza bugie. Ho anche querelato un paio di giornalisti, ma non per le critiche al mio lavoro. Ho querelato chi ha scritto che io ho fatto delle cose disoneste. Non accetto la calunnia. La critica è sempre la benvenuta, la calunnia no”.

Ha lasciato qualcosa di insoluto nelle due esperienze avute in Campania, qualcosa che poteva fare e non ha fatto per mancanza di tempo, soldi o per altro motivo?
“Ho fatto solo il 5 per centro di quello che avrei voluto fare. Sono contento, però, di aver aperto una strada. Ho fatto un’esperienza originale e chi vuole seguirla ha un sacco di spunti e di idee. Non penso di aver risolto alcun problema, perso però di aver dato una prima risposta a tutti i problemi che avevamo. Ho impostato una politica per i beni culturali innovativa, che può piacere o meno. Per esempio un obiettivo era quello di aumentare il numero di musei autonomi. La Certosa di Padula dovrebbe essere un museo autonomo. Oppure aggregare tutti i musei piccoli ai musei grandi già autonomi, come i musei archeologici della via Appia che potrebbero essere gestiti dalla Reggia di Caserta per la vicinanza o dal museo archeologico di Napoli per la coerenza di materia. Ho ottenuto alcuni risultati, ma, effettivamente, pochi. Anche rispetto a quelle cose di cui tutti mi danno atto, come aver raddoppiato i visitatori della Reggia di Caserta, ne vado fiero, però ricordo sempre, prima di tutto a me stesso, che Versailles ne fa sette volte in più. Prima ne faceva quindici volte. La mia sfida sarebbe stata quella di raggiungere Versailles, cosa che i miei successori possono sempre fare. Bisogna avere però la mentalità competitiva. Il gusto della competizione fa parte della cultura imprenditoriale”.

Mentalità imprenditoriale che manca in Campania?
“Nell’ambito pubblico è certamente carente. Anche in Campania, nel campo dell’industria, dell’agricoltura e dei servizi ci sono fior di imprenditori. Penso che ci dovrebbe essere più travaso di cultura imprenditoriale dal settore agricolo o industriale al terziario pubblico. Ci dovrebbe essere più osmosi”.

 

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Tags: campania
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