Un maxi sequestro di immobili, tra cui una scuola, dal valore complessivo di circa 10 milioni di euro. È il pesante colpo inflitto dalle forze dell’ordine ad Antonio Simeoli e ai suoi due figli Luigi e Benedetto, imprenditori legati al clan Polverino e già condannati per partecipazione ad associazione camorristica, falsità ideologica in concorso, abuso d’ufficio e trasferimento fraudolento in concorso. Il decreto, emesso dal tribunale di Napoli ed eseguito nel corso della mattinata odierna dai carabinieri del nucleo investigativo provinciale partenopeo, riguarda una serie di beni ubicati sul territorio di Marano di Napoli: due ville da dodici vani complessivi, due garage e un magazzino-deposito in via Marano-Quarto, sei locali commerciali siti in via San Rocco, un magazzino in via della Recca, tre appezzamenti di terreno delle dimensioni complessive di 39.220 metri quadrati e un immobile adibito a scuola situato in via Caracciolo. Si tratta di una confisca corposa, scaturita dalle indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia, che hanno permesso di accertare come i tre proprietari dei beni requisiti siano stati per molto tempo tra gli imprenditori di riferimento del clan. Un sodalizio di cui gli inquirenti hanno trovato riscontro nel periodo di tempo che va da inizio anni Novanta al 2009, quando divergenze di natura economica avevano portato alla rottura dell’alleanza tra i Simeoli e il gruppo criminale.
Quanto emerso dall’attività investigativa è un vero e proprio patto societario occulto con cui il capo del clan, Giuseppe Polverino, finanziava le aziende dei tre imprenditori col denaro ricavato dalle proprie attività criminali, principalmente dall’importazione di stupefacenti, raccogliendo poi la metà dei relativi introiti. Le somme così guadagnate non finivano soltanto nelle tasche del boss, ma servivano a finanziare ulteriormente i traffici di droga e le attività illecite del gruppo criminale, pagando tra le altre cose le spese di gestione ordinaria del gruppo e gli stipendi agli affiliati. Il patrimonio dei tre imprenditori è, quindi, finito sotto la lente d’ingrandimento della Dda. E grazie a intercettazioni, acquisizioni investigative, approfonditi accertamenti patrimoniali e dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia è stato possibile estendere le indagini anche ai beni immobili di proprietà della Garden City Cooperativa Edilizia Spa, società risultata di fatto sotto la gestione dei Simeoli.

