Nell’ambito dell’inchiesta condotta dai magistrati sulle violenze avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, sarebbero emersi una serie di comportamenti violenti molto gravi assunti dagli agenti della polizia penitenziaria nei confronti dei detenuti nel penitenziario sammaritano. I presunti pestaggi e le torture denunciate si sarebbero verificate in risposta alla rivolta avvenuta tra lo scorso 5 e 6 aprile, quando, durante l’emergenza da Covid-19, ben sei persone tra detenuti e addetti nel carcere, sarebbero risultate positive al virus. Una situazione di grosso allarme e preoccupazione, che scatenò le proteste dei carcerati. Per sedare la rabbia dei detenuti, in un frangente molto delicato e complesso ai fini del mantenimento dell’ordine nell’istituto penitenziario casertano, gli agenti della polizia penitenziaria avrebbero commesso una serie di abusi e di violenze consumatesi sistematicamente a danno dei reclusi, che sarebbero stati così “puniti” per gli atti di insubordinazione, arrivando, secondo gli inquirenti, perfino a veri e propri atti di tortura. In quell’occasione, uno degli uomini detenuti in carcere, sarebbe stato preso a manganellate e riempito di botte.
Dopo i presunti fatti violenti, furono presentate diverse denunce da parte del garante dei detenuti di Napoli e dall’associazione Antigone, organizzazione di carattere umanitario che si occupa di tutelare i diritti dei carcerati, nonché delle garanzie all’interno del sistema penale e penitenziario italiano nel pieno recepimento delle indicazioni della Corte europea dei diritti umani (Cedu). In quell’occasione furono presentati, in allegato agli esposti, diversi contenuti audio e alcune foto che testimonierebbero le percosse e i pestaggi perpetrati nei confronti del detenuto durante quei giorni di grande tensione.

