Prosegue il nostro viaggio alla scoperta dei borghi più belli della Campania. Dopo aver visitato i centri più suggestivi e affascinanti di Napoli e della sua provincia, il secondo appuntamento del nostro tour si concentra sulla provincia di Caserta, ricca nel suo entroterra di borghi medievali pieni di misteri e di luoghi da scoprire.
La nostra esplorazione tra i borghi del Casertano non può che partire dall’antica frazione di Casertavecchia, posta sui monti Tifatini a quattrocento metri sul livello del mare, in una posizione strategica che domina sul capoluogo e su tutta la piana campana. Il borgo, fondato in epoca longobarda intorno all’860 d.C., conobbe il suo periodo di splendore nell’anno Mille, quando passò sotto il dominio dei Normanni. A quest’epoca risale infatti il magnifico Duomo di San Michele Arcangelo, esempio grandioso di stratificazioni architettoniche in stile romanico e gotico mediterraneo con influenze bizantine. La crisi del villaggio iniziò durante il periodo aragonese, per poi attraversare un lungo periodo di decadenza durante la corona borbonica la quale trasferì, con la costruzione della Reggia di Caserta, gran parte della propria corte nel capoluogo. Solo a partire dagli anni Sessanta e Settanta del Novecento, con il riconoscimento dell’agglomerato medievale come monumento nazionale, è iniziato il lento processo di riqualificazione del borgo, oggi molto frequentato nei periodi estivi per la frescura serale e per la presenza di ristoranti che preparano buonissimi piatti legati alla tradizione culinaria locale.
A pochi chilometri da Caserta sorge la frazione di San Leucio. Le sorti del villaggio sono state legate al volere di re Ferdinando IVdi Borbone che, nella seconda metà del Settecento, fece costruire qui una vera e propria cittadella operaia dedita alla produzione di sete e tessuti pregiati. San Leucio rappresentò per un lungo periodo un vero e proprio modello industriale europeo, fondato su un sistema produttivo d’impianto moderno e regolato socialmente da codici e leggi d’avanguardia nate sulla scorta delle idee illuministe di Gaetano Filangieri e Mario Pagano. Tra Settecento e Ottocento, i tessuti prodotti negli opifici di San Leucio furono tra i più preziosi e richiesti al mondo: ancora oggi si possono ammirare in Vaticano, a Buckingham Palace e alla Casa Bianca. La decadenza del borgo iniziò a partire dall’Unità d’Italia, quando di Savoia decisero di chiudere il sito produttivo. Solo a partire dagli anni Ottanta del ventesimo secolo, grazie a un intenso lavoro di ricerca svolto dal Politecnico di Milano e dalla Pennsylvania University, fu compreso il grande valore storico e sociale dell’ex sito borbonico. Dopo quindici anni di restauri e lavori di riqualificazione l’intero borgo è tornato nuovamente visitabile e nel 1997 è stato riconosciuto patrimonio dell’Unesco. Oggi il Belvedere di San Leucio è un luogo di signorile bellezza ed è spesso scelto come location per festival e manifestazioni culturali internazionali.
Spostandoci dal Caserta verso la piana del Volturno, il nostro viaggio non può che fare tappa in uno dei borghi meglio conservati della provincia: Caiazzo. Situata sulla catena dei monti Trebulani, la cittadina ha una storia antichissima: le prime tracce di civiltà nella zona risalgono all’Età del rame, mentre il primo insediamento urbano è datato al quarto secolo a.C., quando gli Osco-sanniti fondarono l’antica acropoli di Kaiatinim, poi rinominata Caiatia dopo la conquista di Roma. Durante il Medioevo la città fu dominata dai Longobardi, dai Normanni e dagli Svevi, i quali lasciarono importanti monumenti e tracce architettoniche che si possono ammirare tutt’oggi. Al 1100 risalgono l’antica rocca sulla quale sorge il castello e le svariate cappelle che disseminano i ripidi viali d’accesso al nucleo più arcaico della cittadina. Nel borgo risiedette nel 1200 lo scrittore e letterato Pier della Vigna, eletto da Dante a padre della poesia medievale italiana. Il paese fu tristemente noto per la Strage di Caiazzo: il 13 ottobre del 1943 le truppe d’occupazione naziste della Panzergrenadier-Division in servizio alla Wehrmacht trucidarono ventidue civili nel corso di una sanguinosa rappresaglia. Il processo “farsa” contro i gerarchi nazisti responsabili della strage di innocenti avvenne solo nel lontano 1994. Oggi il paese è famoso per la pizzeria Pepe in Grani, considerata una delle migliori al mondo.
Da Caiazzo, percorrendo la strada statale 158 della valle del Volturno, si arriva ai piedi dei monti del Matese. Qui sorge il piccolo villaggio di Castello del Matese, le cui origini sono riconducibili all’epoca sannita. Anche se si tratta di uno dei borghi più piccoli del Casertano, il paese ha sempre rappresentato un’importante roccaforte difensiva fin dall’antichità, quando nella sottostante valle furono combattute le famigerate guerre sannitiche. Diverse furono le battaglie che nel corso dei secoli ebbero luogo sotto le mura difensive del castello, tra tutte va ricordato lo storico assedio del 1460 guidato dai baroni ribellatisi a Ferdinando I D’Aragona. Oggi, delle antiche fortificazioni rimangono due torri cilindriche di epoca normanna e alcune vestigia delle mura, che rappresentano il tratto distintivo del paese. Oltre alle tracce storiche visibili in ogni angolo del borgo, il paese è anche la porta d’accesso al Parco Regionale del Matese, che ospita diverse specie selvatiche protette come l’aquila reale e il lupo appenninico. Famosa è anche la Giostra del castello, una festa caratterizzata da danze, giochi e banchetti in stile medievale che si svolge ogni anno nella prima settimana d’agosto in ricordo dell’assedio dei baroni.
Tra i borghi che sorgono sulla piana alluvionale scavata dal Volturno merita di essere menzionato Vairano Patenora. La città, sorta su un colle che domina il territorio circostante, ha origini sannite. L’insediamento capitolò durante la terza guerra sannitica, nel 290 a.C., passando sotto il controllo dei Romani che conquistarono anche la vicina Teanum Sidicinum. Durante il Medioevo vi si stabilirono i Longobardi prima e i Normanni poi, i quali segnarono l’impianto urbanistico della città fortificandola ed erigendo la rocca e il castello. La città fu teatro di diverse battaglie verso il finire del 1100: qui si affrontarono le truppe di Enrico IV di Franconia e re Tancredi di Sicilia. All’interno delle mura del castello soggiornarono diversi re di Napoli, tra cui Federico II di Svevia e Carlo II d’Angiò. Secondo alcune ricostruzioni storiche più recenti l’incontro tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II, che sancì l’Unità d’Italia, avvenne a Vairano Scalo, nel territorio di Vairano Patenora, e non a Teano: nel 1967 il Governo italiano riconobbe il luogo come cruciale per la realizzazione dell’unificazione tra nord e sud del Paese. Durante gli anni del fascismo vi fu imprigionato il filosofo e dissidente politico Antonio Gramsci. Oggi la parte più antica del borgo che sorge ai piedi del castello, sebbene in parte disabitata, è comunque visitabile: le dicerie del luogo narrano che sia infestata dai fantasmi.
Sul lato opposto del promontorio che sovrasta Vairano Patenora, ai piedi dei monti Trebulani, sorge l’antico borgo di Pietramelara. La città fu fondata dai Longobardi e ben presto divenne uno dei borghi più fiorenti del Casertano grazie alla fertilità dei terreni circostanti. L’agglomerato urbano è caratterizzato da una torre longobarda nella parte più alta del paese mentre tutt’intorno degradano strade e vicoli. Originariamente il nucleo urbano era circondato da torri e mura, tanto da meritarsi l’appellativo di “Città delle dodici torri”. Durante un lungo assedio avvenuto nel 1496, tuttavia, le fortificazioni furono abbattute dagli Aragonesi che rasero al suolo il paese. La città fu poi interamente ricostruita dalle macerie per opera dei superstiti che scamparono al massacro. Oggi delle antiche vestigia restano il Palazzo Ducale e la torre posta al centro della città, mentre il resto del paese è composto da un reticolato di stradine su cui si affacciano gli edifici secolari costruiti in tufo e in pietra calcarea, che ne delineano il tratto più distintivo e originale.
L’Alto casertano è uno dei territori della provincia di Caserta con il più alto numero di borghi medievali. Tra questi spicca senza dubbio la cittadina di Riardo, le cui origini risalgono al quarto secolo a.C. La leggenda narra che durante la seconda guerra punica Annibale fosse passato di qui gettando del sale sul villaggio. Da questo avvenimento sarebbe stato coniato il nome latino Riardum. In realtà è molto probabile che l’etimologia del nome derivi dalla presenza sul territorio di numerose sorgenti d’acqua minerale, che sembrano appunto “ardere”. Il periodo di maggiore splendore dell’abitato risale alla dominazione longobarda: nell’ottavo secolo fu eretta la rocca che domina l’intera vallata. Durante il Medioevo il feudo passò sotto il dominio dei Carafa, una delle famiglie più potenti e influenti dell’epoca. Nel 1943, durante la seconda guerra mondiale, la città fu teatro della ritirata dei nazisti che indietreggiarono sulla linea Gustav nel tentativo di contenere l’avanzata delle truppe alleate. Oggi la città, oltre al suggestivo castello, è famosa anche per la presenza degli stabilimenti della Ferrarelle; inoltre, in corrispondenza delle sorgenti d’acqua, è stato istituito il Parco Fonti di Riardo gestito dal Fai, al fine di tutelare e preservare le falde acquifere presenti nel sottosuolo.
Nella zona più settentrionale della provincia di Caserta, alle pendici dei monti Aurunci e affacciata sul golfo di Gaeta, sorge la città di Sessa Aurunca. Anche se differisce in grandezza dai vari borghi citati fino a ora, le sue origini sono comunque antichissime: risalirebbero all’ottavo secolo a.C., quando sul territorio si insediò un villaggio degli Aurunci, antica popolazione osca. Nel quarto secolo a.C., dopo lunghe battaglie, fu conquistata dai Romani. Duecento anni dopo la città diede i natali al poeta latino Lucilio, considerato l’inventore della satira. Suessa conobbe la sua massima espansione in Età imperiale, grazie al passaggio sul territorio della via Appia che collegava Roma con Capua. Il suo glorioso passato meritò gli elogi e le celebrazioni da parte del console e oratore romano Cicerone. Due delle più importanti opere architettoniche cittadine, il Castello Ducale e la Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo risalgono rispettivamente al decimo e al dodicesimo secolo. Quest’ultima rappresenta una delle più grandiose testimonianze architettoniche religiose dell’intero territorio casertano: lo stile romanico della facciata fa da preludio alla molteplicità di espressioni artistiche che si stratificano negli interni. Di notevole pregio sono le pavimentazioni in mosaico in stile cosmatesco; inoltre, nella cappella barocca del Santissimo Sacramento, è custodita la Comunione degli Apostoli, capolavoro pittorico di Luca Giordano. La città ha mantenuto nei secoli la sua vocazione agricola, specie per quel che riguarda la produzione di olii e di vini pregiati provenienti dalla fertilissima piana del Garigliano. Alle pendici del monte Massico viene prodotto il Falerno, un antichissimo vino noto fin dall’epoca romana ed elogiato da poeti come Orazio e Marziale. Tra gli estimatori di questo rosso dal gusto intenso e corposo annoveriamo anche lo scrittore russo Michail Bulgakov che lo menzionò nel suo celebre romanzo Il maestro e Margherita. Nel 2003 gli scavi archeologici hanno portato integralmente alla luce l’antico teatro romano, rendendolo interamente visitabile: si tratta di un’area che può ospitare ben 3.500 spettatori con una scena ampia trenta metri, caratteristiche che lo rendono il secondo teatro antico più grande della Campania.
La nostra esplorazione tra i borghi più belli del casertano termina a Roccamonfina. La cittadina si erge all’interno del cratere dell’omonimo vulcano, a un’altezza di seicento metri sul livello del mare, ed è circondata da fitti boschi secolari di faggi e di castagni. Le prime testimonianze abitative nell’area risalgono al terzo secolo d.C. ma l’attuale abitato, noto come Roccae Monfinum, è datato all’anno Mille. Il periodo di massimo splendore della città risale al Quattrocento, epoca duranta la quale fu edificato il Santuario di Santa Maria dei Lattani: si tratta di un piccolo scrigno d’arte quattrocentesca fondato da San Bernardino da Siena e immerso in un’oasi di pace e di silenzio dove si intrecciano gli stili gotico e romanico. All’interno delle sue mura è custodita una statua della Madonna del primo secolo d.C scampata alla furia iconoclasta dell’imperatore bizantino Leone III. Lungo i fertili fianchi del vulcano di Roccamonfina viene coltivato il Galluccio, che nel 1997 ha ricevuto la denominazione Doc: le prime testimonianze del vitigno risalgono al 1400, ma solo nel 1600 ne fu avviata la coltivazione a opera di una nobile famiglia fiorentina. Sul territorio si estende anche il Parco Regionaledi Roccamonfina, al cui interno sono custodite le famose Ciampate del diavolo: si tratta di cinquantasei impronte di uomini primitivi impresse nella roccia risalenti a oltre 350.000 anni fa. Secondo uno studio pubblicato nel 2017 dal prestigioso Journal of Archaeological Science si tratterebbe di uno dei siti paleontologicipiù antichi al mondo. Il nostro viaggio alla scoperta dei borghi più affascinanti e suggestivi della provincia di Caserta termina, dunque, sulle tracce che ci riportano direttamente alle origini della civiltàstessa.
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