Sono passati 35 anni dalla morte del giornalista Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra dopo un suo ormai noto articolo del 10 giugno 1985, dove informava l’opinione pubblica riguardo l’assassinio di Valentino Gionta. Alla base dello scritto vi era il tradimento degli uomini del clan Nuvoletta, storici alleati degli stessi Gionta. Siani, nato a Napoli nel 1959, aveva iniziato a collaborare con alcuni periodici italiani fin dagli anni universitari, mostrando un forte interesse soprattutto per le fasce sociali più disagiate, dove poteva facilmente radicalizzarsi la criminalità organizzata. Aveva scritto i primi articoli per Il lavoro nel sud, testata dell’organizzazione sindacale Cisl, per poi iniziare la collaborazione con Il Mattino, presso la redazione di Castellammare di Stabia, come corrispondente da Torre Annunziata. Anche qui Siani si occupava principalmente di cronaca nera e, quindi, di camorra, iniziando a entrare più a fondo nelle gerarchie delle famiglie dei diversi clan. Prestava molta attenzione agli intrecci tra politica e criminalità organizzata, soprattutto all’indomani del terremoto in Irpinia del 1980, dove la camorra riuscì a infiltrarsi traendo vantaggio da una situazione tragica che colpì intere popolazioni.

Il sangue freddo del giornalista e la sua scrittura, lucida e diretta, sempre in cerca di soprusi da raccontare, gli erano valsi, dopo tanti sacrifici e rinunce, la regolarizzazione contrattuale come corrispondente del quotidiano. La passione di Giancarlo non lo aveva fermato nemmeno quando la camorra aveva iniziato ad “avvertirlo” attraverso intimidazioni, minacce e telefonate anonime. Ma la goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stato l’articolo intitolato “Camorra: gli equilibri del dopo Gionta”: un articolo scomodo, una vera e propria condanna a morte. La sera del 23 settembre del 1985, il giornalista era appena arrivato con la sua macchina, una Citroen Mehari di colore verde, davanti alla sua abitazione a Napoli; due assassini lo raggiunsero, tendendogli un agguato e uccidendolo con dieci colpi di pistola alla testa.

