Camorra, le mani del clan Moccia di Afragola sui ristoranti di Roma
Il sodalizio criminale controllava diverse attività commerciali nella Capitale. Stamane sono stati eseguiti 13 arresti e confiscati beni per 4 milioni di euro
Attraverso una fitta rete di tentacoli e di interessi economici, il clan Moccia di Afragola ha messo le mani su diverse attività commerciali della Capitale, in particolar modo nel settore della ristorazione. Questo è quanto emerge da un’indagine condotta dai carabinieri, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, che hanno eseguito nelle prime ore dell’alba tredici ordinanze di custodia cautelare, otto in carcere e cinque ai domiciliari, nei confronti di altrettanti soggetti legati agli ambienti della camorra napoletana. Gli indagati sono accusati, a vario titolo e in concorso tra loro, di estorsione, di intestazione fittizia di beni e di esercizio abusivo del credito, il tutto aggravato dal metodo mafioso.
Tra i destinatari del mandato di arresto ci sono anche Angelo Moccia e Luigi Moccia, ritenuti esponenti apicali del sodalizio criminale, con base di comando ad Afragola, nel Napoletano. Le indagini hanno permesso di far emergere gli interessi criminali del clan camorristico negli esercizi commerciali e nelle attività imprenditoriali di Roma, in particolar modo nei ristoranti del centro, su alcune concessionarie di auto di lusso e nel mercato immobiliare, il tutto svolto in maniera capillare al fine del riciclaggio di denaro. L’operazione, oltre all’arresto dei tredici indagati, ha portato al sequestro preventivo dei seguenti beni, del valore complessivo di quattro milioni di euro:
Una società con sede legale a Roma, in zona Pantheon, che all’epoca dei fatti gestiva un ristorante lì ubicato, fittiziamente intestata a persona compiacente.
Una seconda società, sempre con sede legale a Roma, in zona Castel Sant’Angelo, che aveva in gestione un ristorante nelle vicinanze, anche in questo caso fittiziamente intestata a persona compiacente.
Un immobile di lusso sito in via Filippo Civinini, nella Capitale, e riconducibile ad Angelo Moccia.
Tre autovetture riconducibili ad alcuni degli indagati.
Tutto è partito nel 2017, quando in seguito alla scarcerazione di Angelo Moccia, sono iniziate indagini condotte dall’Antimafia: ulteriori approfondimenti dell’inchiesta hanno permesso di scoprire come la camorra napoletana, attraverso l’utilizzo di diversi prestanome, gestisse di fatto diverse attività commerciali e imprenditoriali di Roma, riciclando così i profitti provenienti dalle attività illecite nella compravendita di beni immobili e di auto di lusso, a loro volta intestati a soggetti terzi. Le attività imprenditoriali che non rispettavano le regole impartite dal clan dovevano altresì versare delle quote estorsive: gli inquirenti hanno documentato le fasi della richiesta estorsiva e della riscossione di 300mila euro posta in essere da esponenti di spicco del sodalizio criminale ai danni di diversi imprenditori inseriti nel settore della ristorazione, i quali avevano ottenuto dal Tribunale di Roma la gestione di quattro locali dislocati nel centro della Capitale tra Castel Sant’Angelo, Quirinale e piazza Navona, già oggetto di un precedente sequestro di prevenzione operato per evasione fiscale nei confronti di un noto manager romano del settore, riconducibile, all’esito della presente indagine, al capoclan Angelo Moccia.
Nel corso delle attività investigative è stata inoltre individuata una rete di imprenditori e faccendieri che, al fine di favorire il sodalizio di camorra ed eludere le investigazioni patrimoniali, si intestavano fittiziamente società, beni mobili e immobili. È stata inoltre accertata e ricostruita l’illecita attività finanziaria svolta dagli esponenti apicali del clan Moccia, che avveniva tramite prestiti di ingenti somme di denaro contante in favore di tre imprenditori, uno dei quali figlio di un noto personaggio dello spettacolo.
Le operazioni condotte stamane dimostrano quanto la criminalità organizzata sia riuscita a infiltrarsi con facilità nel tessuto socio-economico, approfittando della crisi economica generata dall’emergenza Covid-19. A lanciare l’allarme, oltre a diversi esponenti della magistratura come il pm Raffaele Cantone, è anche la Coldiretti. Secondo l’associazione di categoria, infatti, sarebbero migliaia le attività legate al settore agroalimentare e al relativo indotto su cui la camorra avrebbe messo le proprie mani, investendo specialmente in ristoranti, bar, pizzerie e locali notturni. A causa della recessione economica, solamente la ristorazione, rischia un crack finanziario da 34 miliardi di euro. L’assenza di investimenti e di risorse, uniti all’indisponibilità economica favorirebbero infatti le infiltrazioni dei clan all’interno dei settori strategici per il controllo dell’economia.
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