Dopo l’anteprima mondiale tenutasi a Napoli all’ex Asilo Filangieri a fine gennaio, è visibile gratuitamente on line, sulla piattaforma digitale del prestigioso quotidiano inglese The Guardian, il bel documentario intitolato Teranga – Life in the waiting room, interamente ambientato all’ombra del Vesuvio e diretto da Sophia Rose Seymour, Lou Marillier e Daisy Squires (qui nella foto), nell’ambito di Guardian Documentaries, la sezione produttiva del gruppo editoriale che fa capo al giornale britannico (www.theguardian.com/documentaries).
Nei suoi 35 minuti, Teran
ga – Life in the waiting room accende le luci dei riflettori sulla parte più giovane, vitale e al tempo stesso spaesata della comunità africana partenopea, che ogni giorno deve fronteggiare l’inferno della burocrazia connessa alle richieste d’asilo a scopi umanitari. Lo fa raccontando con intensa partecipazione e lucida umanità, in particolare, le storie di Fata e Yankuba, il primo aspirante dj estroverso e vulcanico e il secondo studente universitario molto più posato e tranquillo, con l’aspirazione di diventare biochimico. Giunti entrambi a Napoli dal Gambia dopo una terribile odissea nelle carceri libiche e poi attraverso il Mediterraneo, come tanti altri uomini e donne provenienti dall’Africa, i ragazzi si trovano – nel film come, purtroppo, nelle loro vite reali – a dover fronteggiare una burocrazia respingente, avendo come unica valvola di sfogo le trascinanti serate danzanti al Teranga, un locale di piazza Bellini diventato una sorta di nuova casa napoletana per tanti giovani provenienti dall’Africa e giunti in Italia alla semplice ricerca di una vita più degna d’essere vissuta.
Nel film, la musica è un elemento centrale e importantissimo, a partire dalla colonna sonora composta dai rapper Lil Bo$$ e Doz3r Starlet, anch’essi immigrati richiedenti asilo. Fata e Yankuba lo spiegano bene, quando dicono “Noi balliamo per dimenticare, noi cantiamo per dimenticare“, facendosi quasi scudo di queste parole. Proprio la musica, infatti, diventa il linguaggio universale che riesce a rompere i muri e unire corpi, anime e umanità provenienti da ogni parte del mondo, all’insegna della generosità, dell’ospitalità e del rispetto, concetti che nella lingua wolof di Senegal e Gambia si traducono proprio con la parola “teranga”.
Nel terzetto di registe, la giornalista e filmaker Sophia Rose Seymour è napoletana d’adozione, poiché vive in città da più di cinque anni. “Giunsi a Napoli – sottolinea – nel bel mezzo della crisi dei rifugiati, con l’idea di dare una mano come volontaria. Iniziai come traduttrice in un centro d’accoglienza, ma ben presto decisi di uscire da questo sistema così freddo e burocratico, perché sconvolta da come i giovani migranti venivano sfruttati per guadagni privati. Pian piano – prosegue Sophia – ho iniziato a coltivare amicizie con molti di loro, a partire da Fata e Yankuba, a ospitarli a casa in modo da fargli vivere una quotidianità lontana dalle pressioni e dall’atmosfera negativa dei centri di accoglienza straordinaria. E il documentario è nato così, in modo molto semplice e spontaneo. Grazie a quelle amicizie, infatti, ho iniziato a frequentare la comunità di migranti in piazza Garibaldi e sono stata colpita dalla loro intraprendenza e capacità di recupero, oltre che dalla gentilezza nei miei confronti. Così, ho coinvolto Daisy e Lou e abbiamo concretizzato assieme il nostro desiderio comune di raccontare le vite sospese e invisibili di queste persone dinamiche e stimolanti, troppo spesso negate e ostacolate dai media e dai pregiudizi sociali. Avremo raggiunto il nostro obiettivo – conclude – se Teranga sarà servito a far guardare questi ragazzi con occhi diversi e più umani“.
Da parte sua, Fata evidenzia quanto importante sia la musica nella sua quotidianità. “Sto ancora lavorando duramente e cerco di essere disponibile e amichevole col maggior numero di persone possibile. Sto facendo di tutto per seguire il mio sogno e viaggiare per il mondo suonando. Sì, la musica è la mia salvezza quando mi esibisco davanti alle persone. Mi sento così felice quando vedo tutte le loro facce sorridenti. È un’emozione incredibile per me“. Per Yankuba (che a fine film lascia l’Italia e riesce a entrare all’Università in Galles), invece, la partecipazione al documentario è servita “per dimostrare che lasciamo le nostre case perché siamo costretti a farlo, ma siamo pieni di speranza e ambizione. Siamo pronti a eccellere, se e quando ci viene data l’opportunità. E Teranga racconta molto bene chi sono i migranti, nonostante ciò che dicono i media o i politici in genere“.